Da Gorizia a Gradisca 5 mostre ricordano il maestro Mocchiutti

«Certo è che nel gran mare delle espressioni peregrine e frutto di cerebrali disquisizioni estetiche, quella di Mocchiutti è una pittura sincera calda e appassionata che non è succube di tendenze ma trae la sua sostanza da una necessità spirituale e morale: una pittura dunque valida e duratura». È datato 1962 questo passaggio conclusivo di una recensione che Fulvio Monai scrisse in merito alla pittura di Cesare Mocchiutti, cogliendo già all'epoca e appieno l'essenza della sua pittura con parole che si possono ritenere perfette ed adeguate ancora oggi. "Cesare Mocchiutti. Storie di bracconieri, benandanti, allievi e notti lunghe" è il nome del progetto, frutto di una felice sinergia tra istituzioni pubbliche e private, che si sviluppa tra Gorizia e Gradisca d'Isonzo, con cinque mostre dedicate non solo all'indubbio talento artistico e all'innata capacità espressiva, ma anche al pensiero di Mocchiutti (scomparso nel 2006, ndr) e alla sua fondamentale influenza sulle successive generazioni di artisti del territorio. Ieri pomeriggio si è inaugurata la prima di queste esposizioni, "Storie di allievi, La scuola di Gorizia" alla galleria Di Iorio della Biblioteca Statale Isontina: qui vengono accostati a Mocchiutti alcuni dei sui allievi dell'Istituto d'arte Fabiani di Gorizia. La scelta è ricaduta su quelli che hanno proseguito nell'attività artistica, come Valvassori, De Gironcoli, Valentinuz, Di Iorio, De Locatelli, Mrakic, Di Stasio, Spizzo, Commisso, Dot, Puddu, solo per citarne alcuni. La mostra resterà aperta fino al 24 settembre (da lunedì a venerdì dalle 10.30 alle 18.30 e il sabato fino alle 13.30). Sabato 13 settembre sarà la volta della galleria La Fortezza di Gradisca dove, come alla Spazzapan (inaugurazione venerdì 19) si potranno vedere delle opere realizzate tra gli anni Ottanta e il 2005. Allo Studio Faganel di Gorizia (dal 19 settembre) ci sarà un confronto tra la pittura di Mocchiutti e quella dell'allievo Mario Di Iorio, mentre alla Corte dell'arte (a Gorizia, dal 26 settembre) si potranno ammirare le ceramiche realizzate dal maestro. Il percorso espositivo, curato da Cristina Feresin, gode del supporto della Fondazione Carigo, dei Comuni di Gradisca e Gorizia e della Bsi. Quella di Mocchiutti - come si legge nel catalogo, disponibile gratuitamente in formato tabloid - era una pittura «sincera, calda, appassionata», quindi «valida e duratura», di una freschezza e di un rigore disarmante, preziosa, dagli impasti sempre nuovi, autentici, e dal segno inconfondibile, sia nella fase dal gesto più articolato e concitato, sia in quella in cui predominano campiture più nette, prive di elementi superflui. I temi e i soggetti proposti da Mocchiutti, che ha saputo fondere il passato con il presente, sono quelli che da sempre connotano la sua produzione: il mondo contadino, i riti, sacri e profani della tradizione popolare, una particolare e del tutto personale interpretazione della friulanità. E poi la vasta iconografia laica: il bracconiere, il cacciatore, il benandante, il pescatore di frodo, l'arrotino, il cantastorie, il viandante. E ancora gli animali, spesso protagonisti unici, posti al centro della composizione, le piante e gli elementi della natura. Una vita dedicata all'arte, fatta d'istinto e di libertà, di continui tormenti e ripensamenti che più volte l'hanno fatto ritornare sulle tele, perché «è meglio togliere più che aggiungere», amava affermare.