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CICLISTI Traffico e pedali nDa un paio d'anni o giù di lì una nuova piaga, i veloentomi (neologismo per insetti a pedal-ruote), si è aggiunta ai famigerati motorini e affligge l'ambiente urbano, trasferendosi con inquietante dinamica dall'originale e naturale habitat paupero-rurale e dal più evoluto villaggio-turistico, come i gabbiani, verso i centri abitati, non solo di compatibili orografia e tradizione più o meno campagnola ma ahimé anche nella città acclive e "zippata" in cui vivo e lavoro, ove si consentono cose che, credo, la "Defonta" e primi successori si sarebbero vergognati di importare dalle piane di oltre-Timavo. A mio modo di vedere, nel 21.o secolo, una città rispettabile, di un quarto di milione di abitanti dovrebbe, in via primaria, essere agibile con serenità dalla società dinamica e produttiva dei professionisti, artigiani, operatori tecnici, trasporta-merci, che di solito non lavorano pedalando su e giù per i colli, e, naturalmente, dei commercianti e dei loro clienti, di qui, dell'Est e dell'Ovest, ma certo anche dai bravi e preziosi tassisti e dai valorosi autisti degli autobus. Ma certo anche dai genitor-parenti che possono trasferire, grazie all'auto e non sulla canna della bici, in tempo utile ed in salute e sicurezza i pargoli da-a scuola, palestra, ecc... con sole, bora, pioggia e così via. E da chi, per disabilità, perpetua o temporanea, deve usar l'auto per vivere. E comunque da tutti quelli che versano palate di quattrini nelle pubbliche casse fra tasse-possesso, accise-carburanti, park-ticket, e fanno anche lavorare gli auto-venditori, manutentori, ecc. Anche quando girano solo perché gli fa piacere, senza la continua angoscia di assurde, imprevedibili e arroganti ciclo-presenze. I pedoni (lo siamo tutti, al caso), fin dal tempo delle carrozze, hanno, almeno nelle città evolute, il loro spazio naturale, sicuro e riservato. I motorini almeno manovrano con più efficacia mentre questa neo forma di vita urbana, sostenuta dall'eco-popul-propaganda regressista, ingombra disordinatamente e pericolosamente le strade cittadine senza pagar nulla e anzi socio-imponendo, a spese altrui, la costruzione di costose, invasive ciclo-piste che dovrebbero invece venir finanziate da una inedita Tapici (tassa piste ciclabili), che propongo a loro totale ed esclusivo carico. Ho usato ed amato la bici da ragazzo, e ancora me la godo, certo non qui ma in villeggiatura... In tempi e luoghi idonei, senza rischio mio né altrui disturbo. Io, che uso quotidianamente una media vettura, mi rattristo ma anche mi irrito quando leggo di poveri ciclisti, che accade siano vittime, disgraziate, non dei "truci" auto-moto-mezzi i cui guidatori, spesso del tutto innocenti, si prendono automaticamente da "pirati" con pesanti conseguenze su vita e lavoro, ma di chi lascia i ciclisti circolare, in palese, costante pericolo di vita, causa la loro intrinseca fragilità e fisica instabilità, in luoghi affatto impropri come le normal-trafficate strette vie cittadine ma anche sulle strade prossimali senza regole e controlli. Sergio Fontanot BUS Fermate inutilizzate nIn via San Marco, tratto per via Von Bruck, ci sono due fermate autobus praticamente inutilizzate. Queste furono installate quando l'Agenzia delle Entrate era situata alla fine della via Von Bruck e servivano, in primo tempo, per abbreviare il percorso per recarsi agli uffici in mancanza dell'orario di una corsa. Ora gli spazi per le fermate sono sempre segnalati e soggetti al divieto di sosta, per cui facili ad una ammenda se transita un mezzo della polizia comunale (in verità molto raramente) e scopre la presenza di qualche mezzo che non ha trovato altro modo per sostare. Adriano Rissolo UNIVERSITÀ Liberarsi della "zavorra" nLa precisa e professionale relazione del nuovo rettore Fermeglia sul bilancio dell'Università di Trieste mostra una situazione di profondo rosso, al netto delle poste finanziarie e straordinarie esterne alla gestione caratteristica e quindi non ripetibili in futuro. Un profondo rosso destinato a peggiorare nei prossimi anni in base alle stime previsionali effettuate. Il buco economico prospetticamente crescente si trova in mezzo ai ricavi, derivanti dalle imposte e tasse ricevute direttamente o indirettamente dai contribuenti, e i maggiori costi determinati per il 90% dagli stipendi per il personale. Che fare? In un paese normale la risposta starebbe nelle stesse coraggiose parole del Rettore quando ha parlato di "zavorra antica" in relazione a quella parte consistente del personale docente che risulta "non attivo" nella ricerca, il principale servizio alla collettività che sarebbero tenuti a fornire un associato e un ordinario - delle 1500 ore teoriche annuali di lavoro, alla didattica ne sono destinate 350, di cui 120 di docenza - e l'unico servizio per il quale è pagato un ricercatore. In un paese normale, quando la barca rischia di affondare ci si libera della "zavorra". Nel caso specifico della nostra università, liberarsi della "zavorra" porterebbe un doppio vantaggio: riportare i conti in ordine e poter assumere giovani ricercatori pagati molto meno dell'attuale "zavorra", ma, a differenza di questa, attivi nella ricerca e anche con la creatività dell'età più giovane che statisticamente permette risultati migliori in questo campo. Questo si farebbe in un paese normale. Ma l'Italia è un paese normale? L'Italia è un paese dove funziona la logica medievale dei privilegi di casta. Come in epoca feudale a un titolo veniva associata una rendita, così, ancora oggi, nel 2014 in Italia, lo stipendio viene evidentemente vissuto da certi docenti universitari come un vitalizio associato al titolo cattedrattico ottenuto per grazia ricevuta dal proprio valvassore e non come un corrispettivo di un servizio dovuto alla collettività. Questo è possibile anche grazie a normative e a loro interpretazioni che consentono in pratica di non svolgere o di svolgere solo in piccola parte le 1500 ore di lavoro annuali previste senza subire controlli concreti o conseguenze significative. Ma, quando la nave imbarca acqua, ostinarsi a tenere a bordo la zavorra prima o poi porta all'affondamento della nave e al naufragio dell'equipaggio. Gianfranco Degrassi GRANDE GUERRA Un altro archivio con 3500 lettere nOltre ai diari dei soldati della Grande Guerra conservati nell'archivio di Pieve Santo Stefano (Il Piccolo del 25 giugno), la cui lettura ci commuove e ci riporta a quella immane tragedia, vorrei ricordare un altro particolare archivio dove sono conservate 3500 lettere, inviate da ogni parte della Germania e dell'Austria, del Tirolo e pure del Trentino (allora sotto la monarchia asburgica). Ma persino spedite dall'Italia e dalla Francia e alcune anche dagli Stati Uniti, dall'Inghilterra e dal Belgio. Durante la Prima guerra mondiale la corrispondenza era strettamente controllata dalla monarchia e la gente non si fidava a scrivere, preferiva allora inviare delle lettere a una Madonna lignea annerita dal fumo delle candele nel monastero di Einsiedeln in Svizzera, seguendo l'impulso di chiedere protezione per il proprio famigliare soldato al fronte. Queste lettere sono tutte accompagnate da una foto del soldato. C'è la mamma di un soldato di nome Alfonso che invia la foto del proprio figlio in uniforme italiana di gala dove c'è scritto "Alla mia buona e cara mamma". Alcuni inviano la foto dei bambini figli dei soldati, quasi a voler commuovere maggiormente la Madonna. La fotografia cominciava a essere molto popolare e le prime macchine fotografiche erano alla portata di tutti o quasi. Nell'archivio di questo monastero si possono trovare foto di ufficiali della nobiltà ma anche foto modeste di operai e contadini della grandezza di un pollice ritagliate da una foto di gruppo. E queste foto erano così preziose che si pregava di rispedirle al mittente a guerra finita. Ma naturalmente nessuna fu mai rispedita ed ora può essere la testimonianza di fede nella protezione di questa Madonna venerata per i suoi prodigi ma c'è anche la dimostrazione di una grande fiducia nella fotografia. La possibilità di inviare l'immagine del proprio caro era una specie di garanzia che la Madonna avrebbe avuto particolare cura di quel soldato. Sembra che non ci siano lettere di ringraziamento per il ritorno di uno di quei soldati e durante la Seconda guerra mondiale le lettere non arrivarono più nel monastero della Madonna nera. Francesca Manzoni PROBLEMA Vandalismi ai mezzi e non solo nDurante l'estate si verificano alcuni episodi di vandalismo nella zona di via San Pasquale - Ferluga - San Martino. Non sono episodi eclatanti, ma pongono comunque problemi alle persone, a volte spaventandole. Vengono messi oggetti taglienti sotto le ruote delle auto e degli scooter, così, se non ce se ne accorge, si forano le stesse. Poi, credendo di essere spiritosi, immaginiamo, vengono apposte sui portoni o sui parabrezza bamboline fatte a mano simili al voodoo o figurine horror o tarocchi e carte e croci fatte con rami. Vogliamo che si sappia che sono state allertate le forze dell'ordine, e quindi si metta preventivamente fine a questo stupido gioco. Seguono 9 firme