Sull'Aquila le mani della camorra

L'AQUILA Acquisivano lavori per la ricostruzione di case private «rivendendoli» in cambio del 30% del valore della commessa al gruppo imprenditoriale dei Di Tella di Caserta considerato «contiguo al clan dei Casalesi», che nei cantieri faceva operare addetti con regolari contratti, costretti però a dare indietro in contanti il 50% dello stipendio per costituire fondi neri. Dopo i recenti arresti per le presunte tangenti negli appalti di chiese e monumenti, ancora pesanti ombre emergono nella ricostruzione post terremoto: la mano della camorra su quello che viene definito il cantiere più grande d'Europa, in particolare nella ricostruzione privata, quella che permette ai cittadini di affidare, senza gara, appalti milionari per la riparazione degli immobili danneggiati dal tragico sisma del 6 aprile 2009. Dopo due anni di indagini la Guardia di finanza, nell'ambito dell' inchiesta "Dirty job", ha arrestato sette imprenditori, quattro aquilani, molto noti, e tre campani, con l'accusa a vario titolo di estorsione aggravata dal metodo mafioso, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I tre appartenenti alla famiglia Di Tella, Alfonso, Cipriano e Domenico, il marsicano Michele Bianchini, in carcere, e l'ex presidente dell'Aquila calcio, Elio Gizzi, attuale amministratore delegato e direttore generale del sodalizio rossoblù, e i fratelli Dino e Marino Serpetti, ai domiciliari. In particolare, secondo quanto emerge dall'ordinanza firmata dal Gip Marco Billi su richiesta della direzione distrettuale Antimafia dell'Aquila, tra le prove dei reati c'è stato anche il contributo di un collaboratore di giustizia che ha sottolineato i rapporti tra Alfonso Di Tella e il clan di Michele Zagaria e altri casalesi. Una trentina le perquisizioni nelle province dell'Aquila, Caserta e Roma e una ventina gli indagati. Dieci i cantieri interessati dove i lavori continuano paradossalmente con la soddisfazione dei proprietari, per un valore di circa dieci milioni.