La poesia di Caselli è tutta di cose buone e giuste

Forse poesia e filosofia non hanno proprio lo stesso fine, ma anche se così fosse, è innegabile che i mezzi sarebbero diversi. La poesia ha il dono della sintesi evocativa. Basti un esempio: Shakespeare che con magnifico fulgore ha risolto trattati ontologici in una sola domanda: essere o non essere? È la questione che ruota intorno anche al filosofo e poeta triestino Mauro Caselli che sarà presentato oggi al Knulp alle 18.30. Luigi Nacci e Luigi Urdih introdurranno la nuova raccolta: "è Veramente cosa buona e giusta" (Battello stampatore, pag. 79, euro 12,00), con quella "è" copulativa rigorosamente in minuscolo, un'ironica presa di posizione rispetto al più dispotico "Essere" di accento filosofico. Ma di filosofia nei testi ce n'è davvero parecchia, diluita in sonetti fedeli alla metrica, pur con qualche impercettibile licenza. L'Essere, appunto, la fa da padrone e battaglia con la poesia, il concetto insomma cerca un'intesa con l'estetica, operazione talvolta decisamente riuscita, altre volte più irritante per chi dal verso si aspetti un'implosione della parola che deve fendere i sensi. O almeno bombardarli senza contare troppo sull'aspetto razionale. Caselli è poeta navigato, esordì nel 2003 con l'alloro del Premio Montano, un riconoscimento validissimo all'interno della matassa dei premi letterari, a cui seguirono diverse raccolte. Oltre che poeta è critico letterario, ha scritto saggi su Giotti, Marin, Saba, Svevo, Penna, Dickinson, Shakespeare. Anche in quest'ultimo libro assistiamo a una parola scarnificata, a un lessico volutamente povero che in qualche misura tende più a mettere in luce un'idea. Per farlo si avvale del gioco dialettico, sostenuto dalla poesia, certo, ma in qualche misura sottomessa a un "fine" conoscitivo dell'uomo e dei suoi limiti: ciò che siamo, ciò che non possiamo essere. È un gioco di rimandi che esplode sempre in una differenza: «Quello del rapporto che il linguaggio ha con quel mondo che dovrebbe "dire". In un certo senso non descrivo il mondo ma la sua descrizione», dice l'autore in una nota fuori testo. Meglio godersele in poesia, certe tensioni, quando Caselli dipana il senso sul ritmo perfetto di certi sonetti petrarcheschi o elisabettiani (di tono per niente retrò), lì dove dispiega "l'imbarazzo del vero" o quel "continuo tentativo/ di ritrovare qualche variazione/ alla mancanza". O ancora – nell'inesorabile deserto che siamo – ci fa intravedere la luce nella figura di un bambino, qualcosa che forse non ha ancora passato e che quindi può permettersi di esistere. È quello che un poeta del calibro di Cristina Annino potrebbe definire come "nullismo" (non nichilismo). O per essere ancora più chiari un autore come Bernhard sintetizzerebbe in una formula precisa: avvicinarsi non significa altro che allontanarsi. Mary Barbara Tolusso