Reimar Klein, professore tedesco e rabdomante della traduzione da Michelstaedter fino a Calasso

yy Nel mondo dell'editoria sulla scia di Bobi Bazlen Roberto Calasso + figlio del giurista Francesco Calasso e di Melisenda Codignola, a sua volta figlia del pedagogista Ernesto Codignola. Dopo aver frequentato il Liceo classico Tasso di Roma, e aver conseguito la laurea in Letteratura inglese con Mario Praz, discutendo una tesi dal titolo "I geroglifici di Sir Thomas Browne". A 21 anni, introdotto dall'amico e maestro Bobi Bazlen, entra nella prestigiosa casa editrice Adelphi, di cui diverrà direttore editoriale nel 1971, poi consigliere delegato nel 1990 e infine presidente nel 1999. di Simone Volpato Trieste città letteraria, città di traduttori: Slataper di Hebbel ed Ibsen, Carlo Stuparich di Kleist, Sofianopulo di Baudelaire, Spaini di Goethe, Tiek, Kafka (Il processo), Thomas Mann, e poi la signora delle traduzioni, la Lucia Morpurgo Rodocanachi nata a Trieste e creatrice nella bellissima Arenzano di un salotto che Montale, Sbarbaro, Vittorini, Bazlen, Gadda usavano frequentare... ebbene in questa città, spesso indolente perché troppo civettuolmente vezzeggiata da intellettuali compiaciuti, la Traduzione era ed è di casa. E difatti, nei miei vagabondaggi librari, mi sono imbattuto nel traduttore principe, in lingua tedesca, di Roberto Calasso, patron dell'Adelphi e raffinato scrittore (basteebbe ricordare "K" "Le nozze di Cadmo e Armonia", "Il rosa Tiepolo", "La folie Baudelaire" fino a "L'ardore" e "L'impronta dell'editore"); parlo di Reimar Klein, professore alla Scuola superiore di Lingue moderne per interpreti e traduttori a Trieste. Mi riceve nel suo studio, affacciato sul mare, e subito noto due tavoli ben distinti e la mente va all'abitudine di Giovanni Pascoli, il quale, per i suoi componimenti in latino, italiano e dialetto era solito sostare su tre distinte scrivanie; Klein, che sorride al paragone pascoliano, mi dice che i tavoli sono così usati: uno (e questo lo segue fin da Berlino) per i lavori creativi e l'altro per i lavori tecnici. Elegante, forbito, molto mitteleuropeo, il professore si è formato alla Scuola di Francoforte (nel gruppo originario troviamo Adorno, Benjamin, Marcuse) e poi a Berlino con Jacob Taubes, docente di ermeneutica e amico di Scholem e Marcuse; la sua prima traduzione è legata a Gorizia, ossia ad una parte della tesi di laurea di Carlo Michelstaedter "La persuasione e la rettorica". La sua formazione, filosofica-sociologica, lo porta d'impeto a tradurre autori filosofici come Giorgio Colli, Pier Paolo Pasolini (Empirismo eretico) e soprattutto Calasso. Incomincio il dialogo e vado subito al punto. Senza scomodare l'Aniti, l'Associazione nazionale italiana traduttori e interpreti e la sua battaglia sul riconoscimento anche economico della vostra figura, mi può dire chi è, per lei, il Traduttore? «Dico subito che non esiste l'ispirazione ma è un lavoro sodo fatto in gran parte in solitudine. Poi, posto di sapersi muovere tra diverse lingue e sfumature, il traduttore deve avere un buon rapporto con il libro e l'autore che intende tradurre; deve esserci un'affinità, un'empatia e la curiosità di entrare nel mondo dell'autore con serenità senza effettuare conflitti. Mi attira poi di tale lavoro, perché è un lavoro spesso mal pagato e poco considerato, la situazione per cui mi trovo a soggiornare tra due lingue e ciò può essere sconvolgente e frustrante». Quando si parla di traduzione si utilizzano varie metafore: può ricordarle e quale preferisce? «Le metafore adottate richiamano anche a metodologie di traduzione e a scuole. La più usata è quella del ponte che unisce due rive di lingue e culture e ciò permette di superare, senza bagnarsi, il fiume. Per altri quel fiume, che è poi il magma della cultura, bisogna per forza incontrarlo ed ecco che si crea questa immagine di un tunnel (come la Manica) che permette di vedere lo scorrere del fiume dal di dentro senza però bagnarsi. Per me, tuttavia, è necessario che il traduttore guadi il fiume e si inzuppi d'acqua ben bene». Se il traduttore è come uno che fa un'attraversata in mare, come si prepara a questa impresa e quali strumenti usa come salvagente? «Il testo da tradurre va visto come un ospite. Prima della sua venuta predisponi la casa per accoglierlo e nei giorni successivi le attenzioni seguono la quotidiana vita dell'ospite. Comincio poi a tradurlo e invio il testo corretto alla casa editrice che mi rispedisce le bozze. Con le bozze inizia un'altra esperienza e il testo vive una nuova esistenza. Lì ricomincio a cogliere i significati punto per punto, frase per frase sapendo bene che il significato è ineffabile. Ad un certo punto mi devo fermare, bisogna fermarsi». Mi può parlare della sua attività quasi ventennale di traduttore dei libri di Calasso? «Posto che il traduttore è in prima istanza un lettore va detto, e a molti non pare vero, che la scrittura di Calasso non è difficile ma certi rimandi, certi riflessi, il magma che sta dietro la sua scrittura è portentoso. Il linguaggio è fluido, non accademico, aperto. Vi è il Calasso con l'impronta mitteleuropea nata su ispirazione di Bazlen ma anche quella mitica visibile ne "La rovina di Kash" (1983) e ne "L'impuro folle" (1992). Ma le faccio un esempio pratico visto che sto preparando la traduzione in tedesco di "L'ardore" (2010, si parla dei riti vedici). Conoscendo l'autore e il suo linguaggio sono più facilitato. Ma in questo libro compaiono molti testi in sanscrito tradotti da Calasso e quindi è necessario che io veda da quali traduzioni sono stati presi quei testi vedici. In breve il mio lavoro è quello della talpa che entra nel terreno di tutto il libro e lo sonda. Il traduttore è come un rabdomante ma non va confuso con l'autore; e Calasso che scrive "L'ardore", non io». E con questa affermazione, condita da un buon caffé, ci salutiamo. Tornando a casa la faccenda delle traduzioni continua ad abitare nella mia testa; prendo diversi libri come il "Quaderno di traduzioni" di Montale, altri di Quasimodo, di Caproni, di Sereni, di Fortini per cercare un finale per l'articolo. Poi mi soccorre Walter Benjamin con il saggio "Die Aufgabe des Übersetzers" (Il compito del traduttore) che risale al 1923, dove leggo che «la vera traduzione è trasparente, non copre l'originale, non gli fa ombra, ma lascia cadere tanto più interamente sull'originale, come rafforzata dal suo proprio mezzo, la luce della pura lingua». Ecco che cosa cercano i traduttori, da Slapater fino ad arrivare a Bazlen: la purezza della lingua e nella lingua la cultura. E questo, proprio in una città come Trieste, mi dice Klein, è la scenografia più adatta per tradurre capolavori come "Il castello" di Franc Kafka, oppure la "Morte a Venezia" di Thomas Mann. ©RIPRODUZIONE RISERVATA