Senza Titolo

di Marco Ballico wTRIESTE Tutti, o quasi, contro Electrolux. Da destra a sinistra, con il solo Beppe Grillo che individua un altro colpevole: lo Stato «pappone». L'ultima tappa della crisi dell'elettrodomestico scatena le reazioni della politica. Unita, con toni più o meno duri, a difesa del lavoro di migliaia di persone. Ma anche critica, una volta di più, con la gestione della vicenda da parte del governo, Flavio Zanonato in testa. «Quelle del ministro sono parole al vento, avanti tutta con la nostra mozione di sfiducia», dichiara l'eurodeputato trevigiano della Lega Nord Giancarlo Scottà. Ma il più feroce è Grillo: «Un pianto unico, lacrime di coccodrillo. C'è perfino chi si appella al governo, a Zanonato e a Letta Nipote». Ma anche Nichi Vendola va giù duro: «Quello del governo è stato un atteggiamento insopportabile: è rimasto a guardare per settimane». Dopo di che, prosegue il presidente di Sel, «l'azienda ha scoperto come combattere la crisi: basta farla pagare ai lavoratori». Veleni a parte, Grillo offre la sua interpretazione su bassi salari e alto costo del lavoro: «Un'azienda paga circa 2,5 volte lo stipendio reale: 1,5 allo Stato, 1 all'operaio o all'impiegato. Per dare 1.400 netti Electrolux ne sborsa circa 3.500. Sarebbe logico e corretto quindi che lo Stato rinunciasse a parte dei suoi ricchi e ingiustificati introiti. E alquanto meritorio se non spolpasse aziende e lavoratori con una tassazione immonda e cominciasse immediatamente a diminuirla per dare ossigeno all'economia reale». Perché dunque «un'azienda straniera dovrebbe venire, o restare, in Italia?», insiste Grillo senza stupirsi della fuga in Polonia, in Irlanda, in Romania, in Spagna «e perfino in Germania». La sintesi finale è che «Electrolux dovrebbe tagliare lo stipendio allo Stato, non ai lavoratori». Al tiro alla multinazionale partecipano invece tutti gli altri. C'è Matteo Salvini che parla di «ricatto», tuona «vergogna» e sottolinea: «Non lavoratori ma schiavi». Il segretario della Lega Nord non ha dubbi: «Ci hanno portato a questo l'Unione Sovietica europea e l'euro: per loro, si vive o si crepa nel nome del mercato e del profitto». Anche il moderato Maurizio Sacconi (Nuovo Centrodestra) punta l'indice sul gruppo svedese: «Quella di Electrolux è una proposta irricevibile perché slegata da un qualsivoglia piano industriale e fondata sul presupposto della chiusura del più importante stabilimento italiano». Le soluzioni? Secondo l'ex ministro del Lavoro «il governo, facendo sistema con istituzioni locali e forze sociali, deve ora svolgere una funzione insostituibile. Ai più alti livelli va aperto un confronto con la famiglia imprenditoriale che ha sempre dichiarato di credere nell'Italia, come testimoniano i molti e diversificati investimenti realizzati e consolidati nel tempo». Altro invece è «un gelido management incapace di visione dopo gli errori compiuti nel corso di molti anni, oscillando tra fasce di mercato diverse e alla fine rinunciando ai prodotti di maggiore valore aggiunto». Dal fronte di Forza Italia la portavoce del gruppo alla Camera Mara Carfagna, in linea con Grillo, denuncia inoltre un problema strutturale: «Perché un imprenditore assennato dovrebbe investire da noi? Il rapporto costi-benefici rimarrà negativo finché non si interverrà in maniera sistemica sui fondamentali del fare impresa in Italia: meno burocrazia, meno tasse, una giustizia più veloce, leggi sull'occupazione più chiare e maggiore flessibilità». Nella raffica di reazioni spuntano anche la senatrice del Pd Rosanna Filippin che plaude alla convocazione del tavolo e la collega di Palazzo Madama Maria Grazia Gatti che invita il governo a «respingere il ricatto, anche per impedire che un Paese come l'Italia con una tradizione manifatturiera fatta di competenze, qualità delle maestranze e dei sistemi produttivi, venga declassato nella distribuzione della produzione internazionale». Mentre l'europarlamentare del Pd Franco Frigo sollecita l'intervento dello Stato a coprire la differenza tra l'attuale stipendio in fabbrica e quello ridotto dal taglio deciso dal gruppo: «Molto meglio copartecipare al pagamento di un operaio che continui a produrre qui piuttosto che dover pagare la cassa integrazione o un reddito di cittadinanza perdendo la struttura produttiva di Electrolux». Attacchi direzione Svezia arrivano ancora da destra («No al piano Polonia», riassume il senatore Udc Antonio De Poli) e da sinistra. Il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero definisce «inaccettabile» la proposta aziendale, tanto più che «il taglio degli stipendi, oltre ad essere ingiusto, determinerebbe un ulteriore aggravamento della crisi economica che in Italia è frutto per intero del crollo del mercato interno». Il senatore di Sel Luciano Uras aggiunge: «Un film dell'orrore già visto, un atto di arroganza nei confronti dei lavoratori che abbiamo osservato in tante simili vicende». E il segretario di Idv Ignazio Messina: «Zanonato si attivi contro chi sfrutta gli operai massimizzando il profitto». Intervengono anche i politici del territorio. L'assessore Fvg Loredana Panariti: «Il "ritorno al passato" di Electrolux offende la comunità locale e il tessuto sociale che ospita l'attività industriale». Lodovico Sonego (Pd) assicura che da Porcia «non si sposta nemmeno un bullone». Lorenzo Battista (M5S) propone invece di «portare la trattativa non al Mise o a Palazzo Chigi ma nella sede del Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro». Un altro pentastellato, Walter Rizzetto, stronca infine la politica: «Ha fallito per l'ennesima volta la sua missione». ©RIPRODUZIONE RISERVATA