Senza Titolo

di FRANCESCO JORI Dev'essere davvero crisi nera, se il 2013 ha visto estendere la categoria degli esodati perfino agli ultralongevi politici italiani. L'anno iniziato con gli stessi stagionati volti degli ultimi venti, ha fatto registrare una novità assoluta chiudendosi nel segno dei quarantenni: come sottolineato dal premier Enrico Letta nel tradizionale bilancio natalizio. Quasi che un beffardo diavoletto avesse deciso di procedere al ricambio iniziando dalla lettera alfabetica scelta per sorteggio. E' uscita la "B" ad inaugurare il turn-over dei Palazzi: affidando all'autunno dei patriarchi la triade Bersani - Berlusconi - Bossi. Un ciclone che non ha risparmiato peraltro neppure un neofita della politica come Monti. E che ha lasciato al suo posto (per fortuna) un unico esemplare vegliardo, Napolitano, ultimo baluardo contro lo sfascio di un sistema giunto al capolinea. Tutto comincia con il voto di febbraio: dove il Pd, replicando un'antica quanto suicida vocazione del centrosinistra, riesce a non vincere elezioni che sulla carta avrebbe dovuto aggiudicarsi senza patemi. Per dire il vero, non ce la fa nemmeno a perderle: perché le urne producono come esito un'Italia divisa "in partes tres" come la Gallia di Cesare, suddivisa tra centrosinistra, centrodestra e la novità grillina; e per complicare ancor più le cose, grazie ad uno spropositato premio di maggioranza (andato per poco a Pd e soci), rende blindata la Camera ma non il Senato, dove i premi sono uno per regione. Così si finisce in una viscosa palude, dove non esiste sulla carta un governo che regga al voto di fiducia: Pierluigi Bersani, che ha in mano il pallino, ci prova in modo maldestro assai, circuendo Beppe Grillo e ricevendone in cambio sonore pappine. Intanto viene avanti il rinnovo della presidenza della Repubblica: il Pd gioca male la partita al punto da farsi un autogol, con Romano Prodi cecchinato da un folto manipolo dei suoi, e si arrende. Ma a sventolare bandiera bianca è anche il centrodestra: uniti in mesto pellegrinaggio e percuotendosi il petto, maggioranza e opposizione salgono sul Colle per implorare Napolitano di disfare le valigie già pronte e restare al proprio posto. I protagonisti di uno sfibrante quanto stucchevole scontro ventennale tornano così a cedere il pallino al vecchio saggio cui già avevano demandato l'incarico di dare un governo al Paese nell'autunno 2012, dopo il default del centrodestra: nasce da qui l'esecutivo cosiddetto delle larghe intese, che si riveleranno rapidamente né larghe né intese, guidato da Enrico Letta, della generazione dei quarantenni. La novità politica vera del 2013 è che nel voto di febbraio metà Italia ha bocciato l'incatramato sistema, incapace di varare la benché minima riforma: al 25 per cento dei grillini si aggiunge un altro 25 di astenuti. Ne deriva un bowling istituzionale che spazza via come birilli i vecchi leader. Esce di scena il Bersani della non-vittoria, e con lui in pochi mesi frana la confraternita del Pd ereditata dai vecchi Ds e Margherita: tocca a Guglielmo Epifani fare il segretario-traghettatore, per passare a fine anno il ruolo a un Matteo Renzi incoronato dalle primarie. Più o meno negli stessi giorni la Lega procede al definitivo ammaina-Bossi, accantonando l'antico "lider maximo". Anche qui a succedergli è un quarantenne, Matteo Salvini, sulla scia del rinnovamento avviato da Bobo Maroni. Ma l'uscita di scena più clamorosa, che fa il giro delle prime pagine dei mass media stranieri, è quella di Silvio Berlusconi: il leader del "ghe pensi mi" resistito a vent'anni di assalti viene sloggiato dal Parlamento non per capacità politica degli avversari, ma per la sentenza dei giudici che lo condannano nel terzo e ultimo grado di giudizio per la vicenda Mediaset. E' un terremoto la cui onda d'urto arriva lontano, fino a provocare la spaccatura di quel Pdl che il Cavaliere aveva tenuto a battesimo in pompa magna dal predellino di un'auto appena sei anni prima. I duri e puri seguono Silvio nella riedizione della vecchia Forza Italia, e passano all'opposizione; l'ex delfino designato Angelino Alfano si mette in proprio tenendo a battesimo il Nuovo Centrodestra. Già da mesi è intanto evaporato Mario Monti: il salvatore della patria dell'autunno 2012, che come il Mario Segni del 1993 pareva avere l'Italia in pugno, viene bocciato dalle urne di febbraio. A rendere spigolosa la partita resta il movimento di Grillo, che mena fendenti a dritta e a manca, ma pure in alto, chiedendo la messa in stato d'accusa di Napolitano; e pur tuttavia fin dalle prime battute conosce più di uno scivolone nella composita e irrequieta pattuglia dei suoi parlamentari; qualcuno dei quali dimostra di non conoscere neppure l'abici delle istituzioni. Quasi in chiusura d'anno la Corte Costituzionale supplisce a quello che i partiti non hanno né voluto né saputo fare, cioè buttare nel cestino l'infame "Porcellum". Così l'anno della politica va in archivio con un rinnovamento di facce ma non di metodi. Consegnando al 2014 l'ennesima incertezza: sappiamo chi siamo e da dove veniamo, ma ancora non ci è dato di conoscere dove stiamo andando. ©RIPRODUZIONE RISERVATA