FILOSOFIA»L'INCONTRO

di DEAN KOMEL Quando si inizia a parlare di echi della filosofia italiana nella cultura slovena? La risposta alla domanda è molto complessa; sarebbe necessario ricostruire il contesto storico, tenendo conto delle correnti filosofiche presenti nella cultura slovena durante il Medioevo, l'era moderna e l'età contemporanea, nonché la loro interazione con gli stimoli intellettuali provenienti dallo spazio culturale italiano. Per quanto mi riguarda, posso ricordare che anni fa ho tenuto un ciclo di lezioni alla facoltà di Filosofia di Trieste. Ne è sorto un libro, pubblicato dall'Ateneo triestino, che ho voluto dedicare ai miei nonni, vissuti ancora «sotto l'Italia». Per la copertina del volume ho scelto una pagina dal dizionario plurilingue del linguista protestante Hyeronimus Megiser, dove accanto al vocabolo latino esse troviamo i corrispettivi in italiano, tedesco e sloveno. Con questa scelta desideravo richiamare l'attenzione dei lettori sulla traduzione interculturale, in primo luogo quella filosofica che non deve avvenire necessariamente in forma concreta, vale a dire con la pubblicazione di traduzioni; intendevo, invece, rimarcare l'importanza dell'aprirsi di un dialogo all'interno dello spazio intellettuale e artistico che si fregia del nome di Europa. In questo senso possiamo intendere la filosofia come linguaggio che rende possibile la comprensione e la comunicazione europea, ma che genera, altresì, incomprensione e travisamenti – è stata questa la modalità con cui la filosofia italiana ha iniziato a parlare anche in ambito sloveno, tanto che partendo da ciò si potrebbero ricostruire i rapporti bilaterali Italia-Slovenia. Per essere rigorosi si dovrebbe mettere in evidenza che essi non sono stati soltanto bilaterali, bensì plurilaterali – nel corso della storia, infatti, tra Italia e Slovenia non c'è stato un unico confine, bensì più confini, e di ciò posso testimoniare io stesso, nato su questo confine e tra questi confini. In fondo si tratta di una specie di storia di confini. Ma forse a fornire un profilo storico-culturale di questa plurilateralità di connessioni, interconnessioni e sconnessioni intellettuali potrebbe essere un appartenente alla minoranza slovena in Italia. Esiste una filosofia italiana?, si chiedono gli autori del numero speciale della rivista "Phainomena", dedicato appunto a essa; e se un tale concetto esiste, sarebbe capace di sostenere una disamina critica?; la stessa cosa potrebbe valere anche per la filosofia slovena. Ad ogni modo, si tratta di un accadimento nel linguaggio filosofico e che avviene con esso, per cui non lo possiamo semplicemente evitare. La filosofia non è mai avvenuta in un linguaggio universale; per sua stessa essenza essa è infatti orientata al dialogo, anche laddove appare chiusa in un proprio monologo: si tratta sempre di un dialogo «dell'anima con se stessa». La filosofia slovena prende avvio soltanto nella seconda metà dell'Ottocento; la spinta decisiva le viene data da Aleš Ušenicnik (appartenente alla neoscolastica) e da France Veber (seguace del pensiero del filosofo austriaco Alexius Meinong che ha sviluppato la teoria degli oggetti) in un periodo che si estende dagli inizi del Novecento fino al primo dopoguerra. Se a prevalere durante la prima metà del Novecento sono le teorie che si ispirano al cattolicesimo e dopo la seconda guerra mondiale quelle marxiste, devo sottolineare che la rottura con la tradizione avviene agli inizi degli anni sessanta con la diffusione di correnti filosofiche che fanno capo alla fenomenologia, all'esistenzialismo, al neomarxismo, all'ermeneutica, alla filosofia analitica, allo strutturalismo e alla psicoanalisi. E in questo senso si può istituire un parallelo tra la situazione filosofica italiana e quella slovena, parallelo che forse di per sé determina pure la situazione odierna del fare filosofia. Le correnti che ho elencato sono riconoscibili e identificabili per la riserva, se non addirittura distacco, che esprimono nei confronti di ciò che ha nome filosofia e cognome metafisica. In modo analogo e contemporaneamente si sviluppano la critica della società e la critica della ragione tecnologico-strumentale che si collegano alla neoavanguardia artistica contemporanea. Sembra che né l'orientamento politico-economico in Italia – paese capitalista, né quello vigente in Jugoslavia – paese socialista, abbiano avuto un'influenza decisiva sulla nascita di questo nuovo pensiero. In Italia esso ha avuto i suoi esponenti maggiori nei filosofi riconducibili alla rivista "aut-aut"; in Slovenia soprattutto nei filosofi che solevano riunirsi non attorno a riviste specificamente filosofiche, bensì culturali tout court, quali: "Perspektive", "Problemi" e più tardi "Nova revija". Un ruolo rilevante è stato svolto anche dalla rivista Phainomena, che è stata la prima rivista filosofica di ermeneutica e fenomenologia. Tanto gli italiani quanto gli sloveni hanno dato luogo a una serie di riflessioni sulle coordinate principali di ciò che con l'aiuto di Husserl potremmo definire come la crisi dell'esistenza europea, che attraverso molteplici metamorfosi domina anche l'esperienza della crisi odierna. Sarà questo il tema di un simposio filosofico che si terrà l'anno prossimo a Trieste. È interessante che lo sviluppo della filosofia in Slovenia – a partire dalla metà degli anni Sessanta – ha avuto un corso del tutto diverso rispetto a quello che si è verificato nelle altre repubbliche dell'ex Jugoslavia. Diverse sono state le cause di tale fenomeno – la prima, e si tratta di un paradosso, è stato il ruolo marginale assegnato alla filosofia – in seguito a pressioni ideologiche – all'interno del mondo accademico (la scuola di France Veber, che si rifaceva alla teoria degli oggetti di Meinong, è stata praticamente soppressa); i nuovi movimenti filosofici sono stati perciò costretti a cercare un proprio spazio all'interno delle riviste culturali che ho citato sopra, legandosi ai movimenti letterari e artistici della neoavanguardia, ai dissidenti politici ecc. Ciò ha contribuito alla nascita di una visione non accademica della filosofia e alla formazione di un «fare filosofico vivo» che si collegava strettamente agli stimoli intellettuali sopra menzionati, i quali si potrebbero accomunare nella definizione di superamento della metafisica ossia, per dirla con un termine affermatosi nel pensiero filosofico italiano, di convalescenza, guarigione dalla metafisica. Quale modalità di guarigione dalla metafisica e dalle ideologie a essa legate, si è imposto, soprattutto sotto l'influsso di Dušan Pirjevec, professore di teoria letteraria – ancora oggi annoverato, accanto al poeta Edvard Kocbek, tra le personalità più controverse della scena culturale slovena – il detto, di segno heideggeriano, «lasciare che l'essere sia». La rottura con la tradizione e l'apertura di nuovi orizzonti intellettuali presenta molte affinità con il "pensiero debole", come è stato rilevato significativamente da Martin Brecelj nella sua monografia su Dušan Pirjevec. Va ricordato che essa è nata come tesi di laurea, il cui relatore è stato Rovatti. Inoltre, il fatto che l'unica monografia importante su Dušan Pirjevec sia stata pubblicata in italiano e non ancora in sloveno, denota un certo paradosso nella ricezione. Oltre a ciò voglio sottolineare che sarebbe molto più difficile riscontrare paralleli come quello tra la filosofia slovena a partire dagli anni sessanta e il "pensiero debole", in ambito tedesco, francese o anglosassone. Alla fine vorrei soffermarmi sul fatto che l'intensa ricezione della filosofia italiana in generale e non solo del "pensiero debole", nel contesto sloveno, è in corso dagli anni '90, dunque a interazione avvenuta – lo testimoniano molti testi e traduzioni comparsi sulle riviste "Phainomena", "Literatura", "Problemi", "Apokalipsa", "Nova revija". Non posso citare qui tutte le pubblicazioni monografiche. Tuttavia è sicuramente un fatto importante che la realizzazione del numero speciale di "Phainomena", dedicato alla filosofia italiana, sia avvenuta proprio in un'epoca, in cui l'aspetto della crisi dell'europeità, cui facevo cenno, ha raggiunto il massimo della trasparenza, ma in cui al contempo la situazione intellettuale – con ogni probabilità – non riesce a raggiungere la concentrazione di decenni addietro. Tale situazione non ha a che fare tanto con i singoli autori quanto con le istituzioni, in primo luogo con l'università, ma anche con la (non)presenza nei media di ciò che in un'ottica sociale sia locale che globale concerne il «sistema democrazia» e la sua situazione critica poststorica. In riferimento alla ricezione di alcuni filosofi italiani presenti nella rivista, si potrebbe parlare di un momento favorevole della filosofia italiana nella cultura slovena. Al contempo dovremmo soffermarci su ciò che ci fa restare e abitare, in quanto filosofi, in queste "risonanze" reciproche, laddove il contesto sociale è sordo e propenso a escludere non solo il linguaggio filosofico, bensì pure quello umanistico in generale. Come rileva nel suo saggio Rovatti, è molto difficile tracciare una linea di confine dell'attuale barbarie che appare perciò sconfinata. Proprio per questo motivo mi sembra necessario uno sforzo nella filosofia e con la filosofia, tale da offrire una modalità di ribellione, una forma di insubordinazione e resistenza che hanno fondate anche se non manifeste ragioni di essere. (traduzione di Veronika Brecelj) ©RIPRODUZIONE RISERVATA