L'eroico geometra triestino

di LIVIO SIROVICH Era una scintillante giornata di maggio del 1963. Splendevano al sole le vetrate della cabina controllo in cima alla diga del Vajont, dove la nostra amatissima professoressa delle medie inferiori (Braun) ci aveva portato in gita. Il geometra della Sade spiegava: «Da qui, teniamo sotto controllo i movimenti lassù, vedete?» e indicava la spaccatura a forma di "M" - lunga oltre 3 chilometri! - che si vedeva attraversare il pendio del Monte Toc, 700 metri sopra la splendida terrazza dove ci trovavamo. «Si è aperta tre anni fa. È il bordo da cui una grande frana sta scendendo lentamente a valle. Abbiamo una precisissima rete di misura - parlando, accarezzava lo strumento - . Si sposta di 2 millimetri al giorno». Il geometra triestino Giancarlo Rittmeyer aveva 30 anni. A me, poco più che bambino, quell'uomo piacque e l'idea che con moderni strumenti si potesse dominare la natura mi affascinò; fu anche per questo che poi mi iscrissi a geologia. Poco più di quattro mesi dopo, la notte di quel fatidico 9 ottobre di 50 anni fa, il geometra rimase al suo posto nonostante la grande fotoelettrica installata sulla "nostra" terrazza illuminasse gruppi di alberi che, sotto la "M" del Toc, si agitavano trasportati da 270 milioni di metri cubi di roccia. C'era un rifugio a tenuta stagna scavato nella roccia, ma non ci andò. Negli ultimi minuti non si preoccupò per sé, bensì di far dormire gli operai della ditta Monti nei ricoveri alti e di evacuare la frazione Spesse di Erto, che avrebbe potuto venire investita anche da un'onda di soli 20 metri, l'altezza massima garantita dagli esperti della Sade. Rittmeyer, semplice geometra subordinato, non poteva smentire i suoi superiori e tutti i più famosi consulenti dell'epoca che minimizzavano il pericolo, ma tutto ci dice che fosse assai preoccupato; probabilmente anche per sé. Mi sembra che tenne un comportamento eroico. Tanto più se consideriamo che lo avevano trasferito a Venezia (dal 10) e da alcuni giorni era in ferie a Trieste a preparare i bagagli, ma l'8 lo avevano richiamato alla diga per seguire gli spostamenti, che peggioravano. Avrebbe potuto evitare di tornare in quell'inferno, ma non si tirò indietro. Mentre l'ingegnere suo superiore era andato in vacanza negli Stati Uniti. Nella telefonata di quella notte, parlando col direttore della Sade intorno alle 22, Rittmeyer si preoccupò di evacuare Spesse: «Biadene cerca di calmarlo, ma lo esorta a dormire con un occhio solo. Nella telefonata, si intromette la centralinista di Longarone, chiedendo se ci sia pericolo. Stia tranquilla, risponde Biadene» (Tina Merlin, dagli atti del processo). Biadene bleffava. Il giorno prima infatti, saputo che fra il 7 e l'8 ottobre la frana aveva ancora accelerato, nel segreto dell'avveniristico palazzo della Sade sul Canal Grande aveva annotato «Che Iddio ce la mandi buona». Il boato fu udito alle 22.39. L'onda d'acqua sparata dalla frana ridusse la cabina controllo in polvere. Secondo il mio collega Semenza, figlio del progettista della diga, la cabina controllo venne investita da un muro d'acqua alto 100 metri (200 dall'altra parte del bordo diga). Altro che 20 metri! La prima volta che, anni dopo, nel mio lavoro, ho visto il grafico degli spostamenti medi della frana misurati da Rittmeyer, mi sono venuti i brividi. Da aprile ad agosto, passa da 1 a 5 mm/giorno. Da metà agosto a metà settembre, salta da 5 a 25 mm/giorno per impennarsi di brutto a fine settembre. La curva diventa quasi verticale: pare di veder cadere la frana; la notte di 50 anni fa si infilò nel lago a 60-100 chilometri all'ora. La questione dell'onda sottovalutata è emblematica di come qualche volta si trucchino dati e calcoli per servire l'interesse del committente. Nel 1963, c'era un fortissimo interesse a collaudare l'impianto col massimo invaso. Per questo, i consulenti accreditarono i 20 metri. Invece sarebbe bastato stare ai fatti. Quattro anni prima, una frana di 7 milioni di metri cubi era caduta velocemente in un invaso vicino e l'onda aveva superato la diga uccidendo un operaio. Il 4 novembre del 1960, nell'ancora incompleto lago del Vajont, erano scesi 700.000 metri cubi di roccia, sollevando un'onda di 30 metri. Come si poteva nemmeno pensare che centinaia di milioni di metri cubi - da una quota molto più alta - potessero causare un'onda 10 metri più bassa? Si affidarono ai cosiddetti "modelli", ossia calcoli ed anche prove sul bacino ricostruito in laboratorio, più "gestibili" della realtà: immetti due numerini al posto giusto, o impieghi un certo materiale, e dimostri qualsiasi cosa. I vertici della Sade non fecero (ancora Merlin) «l'unica cosa giusta da fare: sgomberare Erto, Longarone e frazioni. Quella sera, erano stati in molti a calarsi in paese, a vedere la partita Real Madrid-Rangers di Glasgow nelle poche televisioni dei bar». Ma la società avrebbe perso un sacco di soldi se fosse saltato fuori che il bacino, già consegnato all'Enel, non era utilizzabile al 100%. L'acqua doveva raggiungere quota 715. Magari con l'aiuto di Dio. Secondo i dati ufficiali (incompleti), morirono 1918 persone. In vista del processo, Comuni e superstiti avevano bisogno di esperti di fama disposti a spiegare al giudice come i proprietari della diga avessero rischiato sulla pelle degli altri. Ascoltiamo il sindaco di Longarone (dicembre 1965): «Potentissime forze si muovono contro di noi. Abbiamo cercato per tutti gli Atenei e non abbiamo trovato un docente, uno solo, disposto a redigere la perizia di parte» (per le vittime, ndr). Tre anni dopo, a Longarone c'è un sindaco di opposto orientamento politico, che, disperato, decide di rivolgersi al settimanale Gente: «Girammo tutte le università italiane: Milano, Roma, Padova, Genova, Bologna, Perugia, Trieste. Non riuscimmo a trovare un solo tecnico disposto a darci un parere». Il corpo di Rittmeyer venne ritrovato 5 mesi dopo, 30 km più a valle. Il suo superiore, quello andato in ferie negli Usa, si suicidò nel '68. Il figlio di Rittmeyer nacque 5 mesi dopo la morte del padre. * ricercatore dell'OGS in rischio sismico-geologico