Lingua tedesca al bivio fra turchi, italiani e svizzeri dei Grigioni

di LUIGI REITANI Nei suoi celebri Discorsi alla nazione tedesca (1808) Johann Gottlieb Fichte sosteneva che la lingua tedesca fosse, tra quelle moderne, la più pura e la più restia a contaminarsi. Questo mito di una presunta purezza espressiva, che ha sostanziato a lungo ideologie patriottiche e nazionalistiche di vario orientamento, era certamente infondato già ai tempi del filosofo idealista. Come ogni lingua, infatti, anche il tedesco vive nell'uso quotidiano e muta dunque nell'incontro tra gli uomini, che con le loro diverse esperienze portano spesso con sé anche un diverso retroterra linguistico. Per fare solo un esempio emblematico: il lessico militare tedesco è quasi interamente di origine francese, per la semplice ragione che nel Seicento l'esercito prussiano, uscito dalle disastrose esperienze della Guerra dei Trent'anni, si riorganizzò grazie al fondamentale contributo degli ufficiali ugonotti francesi, scacciati dalla cattolica Francia del Re Sole. Non a caso le SS, turbate da così tanti forestierismi in un ambito a torto spacciato come tipico di una tradizione "tedesca", inventarono per il loro corpo una complicatissima e grottesca nomenclatura gerarchica, che pretendeva di essere autenticamente germanica. Con buona pace di Fichte e di chi, per una ragione o per l'altra, ha difeso le sue tesi, la storia della lingua tedesca è invece una storia di interferenze e ibridazioni, che ovviamente risente in modo decisivo dei flussi migratori e degli scambi economici e culturali tra i popoli. Ciò vale anche per la lingua letteraria. Se Goethe rifiutava con fermezza e sarcasmo il purismo di chi voleva messi al bando i francesismi di cui egli stesso abbondava, è perché tutta la grande letteratura tedesca del suo secolo era nata dalla fruttuosa assimilazione delle culture antiche e moderne, rese accessibili da un ineguagliato lavoro di traduzione, che ha arricchito il tedesco con parole, espressioni e moduli fino ad allora sconosciuti. Tutto questo appare quanto mai attuale nel nostro ventunesimo secolo. Da tempo la letteratura di lingua tedesca è diventata multiculturale e riflette le trasformazioni di tre paesi (Austria, Germania e Svizzera) in cui la presenza di cittadini con un retroterra migratorio raggiunge punte del 40% nelle grandi città. Autori di origine turca come Feridun Zaimoglu sono ormai annoverati tra i maggiori esponenti della narrativa contemporanea, mentre il premio Nobel Herta Müller proviene dalla minoranza tedesca del Banato rumeno. Un'affermata scrittrice come Yoko Tawada è nata in Giappone, e la sua collega Terézia Mora (suo il romanzo Tutti i giorni, pubblicato in Italia da Mondadori) in Ungheria. Il premio dedicato allo scrittore romantico di origine francese Adalbert von Chamisso, istituito nel 1985 per le migliori opere in tedesco di autori con diversa lingua madre, vede di anno in anno affollarsi la schiera degli aspiranti al titolo. Il maggiore riconoscimento letterario tedesco, il Georg-Büchner-Preis, è andato quest'anno alla scrittrice di origine bulgara Sybille Lewitscharoff, il cui romanzo Apostoloff, una tragicomica e magnifica storia familiare, è stato proposto anche in Italia un anno fa dall'editore Del Vecchio. La cosiddetta "letteratura interculturale" è diventata un fenomeno di moda, su cui ovunque si svolgono convegni a ritmo serrato. In questo contesto, qui brevemente riassunto, spicca per la sua originalità e freschezza una felice prova narrativa di Arno Camenisch, "Dietro la stazione" (Keller, pagg. 107, euro 12,00), tradotta con grande abilità da Roberta Gado, seconda parte di una trilogia ambientata nei Grigioni (dallo stesso editore è in arrivo la terza parte, Ustrinkata). È il racconto di un "piccolo mondo" nelle Alpi svizzere, dalla prospettiva di due ragazzi. Nel villaggio ci sono sedici frigoriferi, venticinque case, otto fienili e quarantuno o quarantadue di abitanti. Oltre, naturalmente, a una chiesa e a una stazione. Il sole scompare per tre mesi l'anno, il Reno vi passa accanto minacciando i bambini imprudenti e i boschi invitano a cacciare i cervi. Le storie di questo microcosmo sono altrettanto minimali: il piccolo allevamento di conigli nel giardino di casa, i passatempi un po' balordi dei ragazzi, gli incidenti, le gioie (modeste) e le disgrazie di una minuta quotidianità. E, soprattutto, l'incontro con i personaggi del paese. Ecco ad esempio "il Giacasep", che ha un "negozio e i baffi", o "il Gion Bi", che è un poeta e "fa le poesie per una donna", o la Marina, che è italiana e piange quando deve ritornare definitivamente in patria. A ogni personaggio corrisponde un luogo preciso nella topografia del villaggio e un repertorio di oggetti che lo caratterizza. Camenisch si serve di uno stile paratattico essenziale, in un severo esercizio descrittivo, che stratifica minuziosamente le percezioni dei due ragazzi senza operare delle gerarchie di valori. Non c'è, in questa prosa cronachistica e quasi verbalizzante, nulla di nostalgico – mai si avverte il rimpianto di un buon tempo andato –, ma nemmeno il furore dissacrante di quella che negli anni Sessanta è stata la narrativa anti-paesana, che presentava il falso idillio della provincia con tinte da incubo. Il rigore con cui l'autore si attiene alla prospettiva dei ragazzi fa sì che il paese dell'infanzia possa essere colto anche in ciò che non è detto esplicitamente, e che tuttavia si intuisce. Piuttosto Camenisch ricerca una misura classica, che tempera la miseria della quotidianità con una celata ironia. La forza della narrazione sta però soprattutto nell'originalissimo impasto linguistico, che mescola continuamente espressioni italiane, tedesche, svizzero-tedesche e romance. Il microcosmo, questa è la novità essenziale di Camenisch, è plurilingue. Il paesino dai confini limitatissimi acquista così un'inaspettata e vitale profondità, diventa, per così dire, un paesaggio a più dimensioni. Diversamente dalla maggior parte della cosiddetta letteratura interculturale, Dietro la stazione non mostra gli attriti e le intersezioni linguistiche di una cultura trapiantata, ma come lo stesso luogo d'origine si trasformi per la presenza di altre lingue e culture. Nato nel 1978 a Tavanasa, nel Cantone dei Grigioni, Arno Camenisch si è rapidamente imposto all'attenzione internazionale con la fulminante trilogia dedicata alla sua regione, che gli è valso il premio Hölderlin della città di Bad Homburg per i giovani talenti. Il suo ultimo romanzo, Fred e Franz è un dialogo tra due fratelli sulle stesse ragioni della vita, al tempo stesso tragico e comico. Lo aspettiamo presto nelle librerie italiane. luigi.reitani@uniud.it ©RIPRODUZIONE RISERVATA