Il pm chiede l'ergastolo per Lisandra

di Luana de Francisco wUDINE Li ha pestati e torturati, poi è salita al piano di sopra per cercare un'immaginaria cassaforte e infine, ridiscesa a mani vuote, è tornata nel bagnetto dove li aveva lasciati con il fratello e, più furibonda che mai, li ha fatti fuori entrambi. Per il sostituto procuratore Claudia Danelon, che dalla mattina del 19 agosto 2012 lavora a uno dei più efferati delitti di cui il Friuli abbia memoria, a uccidere nella villa di via Annia 12, a Lignano, fu soltanto Lisandra Aguila Rico. Sua la mano che impugnò il coltello da cucina affondato come una mitraglia nel corpo di Rosetta Sostero e sua anche la firma dei due profondissimi squarci con i quali, subito dopo, tagliò la gola al marito Paolo Burgato. La prova? I colpi mortali furono inferti con la mano destra e il fratello Reiver Laborde Rico, pure presente alla scena e non meno colpevole dello stesso indicibile massacro, è mancino. Matematica, quindi, la conclusione del pm dopo quasi cinque ore di appassionata requisitoria: ergastolo. L'arrivo dell'imputata Mancano pochi minuti alle 10, quando il cellulare della Polizia penitenziaria del "Coroneo" di Trieste supera il cancello del tribunale, in via Morpurgo. Dal furgoncino, scortata dagli agenti, smonta Lisandra: cubana cresciuta a Latisana, 22 anni compiuti in carcere il 1° febbraio, porta i capelli neri e ricci raccolti sulla nuca e indossa pantaloni e cardigan scuri su una camicia chiara. Il suo ingresso in aula, con mezz'ora di ritardo sulla tabellina di marcia, segna l'inizio dell'udienza. Su richiesta della difesa, il processo davanti al gup Roberto Venditti si celebra con rito abbreviato. Il che significa: porte chiuse agli estranei e sconto di un terzo della pena in caso di condanna. Accanto all'imputata, siedono l'avvocato Carlo Serbelloni e l'interprete. Carrellata di immagini choc La scaletta prevede che a parlare per prima sia la pubblica accusa. Il pm Danelon è pronta da tempo. Avrebbe preferito avere entrambi i fratelli davanti a sè, ma dopo che la polizia cubana, esattamente un anno fa, arrestò Reiver a Camarguey, dove il 24enne si era nel frattempo rifugiato, la speranza di vedere anche lui alla sbarra della giustizia italiana si era ridotta al lumicino. La sostanza, comunque, non cambia: il malloppo di 277 pagine che ricostruisce l'intera vicenda e che farà da linea guida alle sue quasi cinque ore di requisitoria parla anche di lui. Alle parole, però, il magistrato ha deciso di alternare le fotografie. Proprio così: nell'aula "bunker" di largo Ospedale vecchio, il film della "mattanza" della notte tra il 18 e il 19 agosto 2012 si racconta per immagini. Crude e raccapriccianti. Il pm le ha selezionate con cura, a decine, attingendo agli atti del procedimento, per proiettarle sul maxi-schermo allestito per l'occasione nell'aula. Mostrano le vittime, legate con una fune e stese a terra in un bagno di sangue, e descrivono la scena del delitto come soltanto il figlio Michele e poi, uno dopo l'altro, gli inquirenti giunti sul posto ebbero la sorte di vedere. Ieri, a rivivere quell'incubo, oltre ai magistrati e ai legali, c'erano di nuovo Michele, immobile e muto in un dolore senza fine, e i suoi zii Vinicio e Rino Sostero, accompagnati rispettivamente dalla figlia Margherita e dai figli Marco e Samuele. In aula, anche il capitano Fabio Pasquariello, comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Udine che, in meno di un mese di serratissime indagini condotte con i colleghi del Ros di Udine e Roma e con quelli del Ris di Parma, risolse il "giallo" e dalla provincia di Salerno, dove si era intanto trasferita, riportò a Udine Lisandra. Il colpo di scena Della rapina degenerata in duplice omicidio e della fuga che ne seguì si era già detto e scritto praticamente tutto. O questo, almeno, era ciò che la Procura aveva lasciato intendere. In realtà, per inchiodare una volta per tutte Lisandra, il pm aveva ancora una "cartuccia". L'ha sparata ieri ed è stata forse la chiave di volta dell'intero processo. Quella che - stando appunto alla tesi accusatoria - permetterebbe di dimostrare come a uccidere i due commercianti sia stata solo e soltanto lei. Era stato questo, d'altronde, che la giovane aveva confessato agli inquirenti, nell'interrogatorio al quale era stata sottoposta il 17 settembre, subito dopo il fermo. Poi, decisa a ritrattare ogni cosa, aveva chiesto al magistrato un nuovo confronto e, il 2 ottobre, aveva così scaricato l'intera responsabilità su Reiver. La verità, per il pm, va cercata nella ricostruzione del posizionamento dei corpi delle vittime prima dell'accoltellamento. Ricostruzione resa possibile proprio grazie alla concordanza delle dichiarazioni rese sul punto dai due indagati. Ebbene, esaminati gli schizzi di sangue - così come riportati nella relazione sulla dinamica ematica del Ris -, emerge che a colpire è stata una mano destra. E, dato per assodato che Reiver è mancino, la mano non può che essere stata quella di Lisandra. Un martirio interminabile Il massacro dei coniugi - 65 anni lei e 69 lui, titolari del negozio di casalinghi di via Udine 43 - dura più di mezz'ora e meno di un'ora. Le ferite da coltello trovate su un fianco e su una spalla di Rosetta non lasciano dubbi: prima di essere ammazzata, l'anziana è stata anche torturata. Nel ricostruire gli ultimi tragici momenti di vita della coppia, il pm non tralascia neppure un particolare. Il quadro appare troppo bestiale e disumano, per non gridare vendetta. Quando la furia del killer si abbatte sui coniugi, la donna - la prima a essere giustiziata - è seduta con la schiena contro il muro e le gambe sotto il lavandino. A ucciderla è una sfilza di coltellate in ogni parte del corpo. Il marito, invece, è steso a terra: impugnando la stessa arma, Lisandra la affonda nella gola e incide un doppio taglio. Sgozzato senza pietà e senza ragione, in un delirio omicida che il capo d'imputazione - codice alla mano - riassume nei reati di duplice omicidio pluriaggravato dalla crudeltà, i futili motivi e la minorata difesa, in continuazione con la rapina. Quanto basta, insomma, per chiedere per lei e - precisa il pm - se ci fosse stato Reiver, anche per il fratello, la condanna più alta della reclusione a vita. Alla fine dell'udienza, è lo stesso procuratore capo, Antonio Biancardi, arrivato in tribunale per sentire le ultime battute della discussione, a invocare il massimo della pena. Chiuso alle 17.30, con le arringhe delle parti civili e della difesa, il processo viene aggiornato al 3 ottobre. Il giorno più atteso, quando il giudice, sentite anche le eventuali repliche, emetterà la sentenza. Lisandra in aula «Chiedo perdono per non avere saputo fermare mio fratello. Se potessi tornare indietro, non rifarei niente. Non accetterei di accompagnarlo nella rapina e non entrerei in quella villa». Lisandra ha alzato gli occhi da terra e cercato con lo sguardo il volto di Michele Burgato e degli altri parenti che, per tutta l'udienza, aveva evitato di incrociare. Si era preparata il discorso in carcere, nel mese e mezzo trascorso dalla sua prima comparsa in aula. Voleva scusarsi e lo ha fatto. Ma insieme al pentimento non c'è stata alcuna ammissione di colpa. «Non li ho uccisi io», aveva protestato al termine della requisitoria del pm, rivolgendosi all'avvocato Carlo Serbelloni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA