Il killer di Silvia ossessionato dai rapimenti

Si aprirà oggi alle 9.30, al tribunale di Udine, il processo con rito abbreviato a Lisandra Aguila Rico, la ventiduenne cubana accusata d'aver compiuto insieme al fratello Reiver il "massacro di Lignano". Lisandra, che arriverà nell'aula di giustizia direttamente dalla cella del Coroneo di Trieste dov'è rinchiusa ormai da un anno, deve rispondere di duplice omicidio: quello di Rosetta Sostero e Paolo Burgato, la coppia di coniugi brutalmente uccisi nella villetta di Lignano, il 19 agosto 2012. Il processo comincerà con la requisitoria del pm che si preannuncia lunga, articolata e ad alto impatto emotivo e che potrebbe concludersi con la richiesta dell'ergastolo. Toccherà poi ai legali di parte civile che hanno quantificato in 1,2 milioni di euro il danno. Infine sarà la volta dell'avvocato difensore, Carlo Serbelloni, chiamato a spiegare e ridimensionare il ruolo di Lisandra nella mattanza. di Anna Rosso wUDINE La stanza di Nicola Garbino, che martedì scorso ha ucciso la povera Silvia Gobbato lungo l'ippovia del Cormor, parla da sola. Sugli scaffali libri e scritti in cui spesso spunta il concetto del rapimento. Il sequestro di persona, insomma, come una vera e propria ossessione per il 36enne di Zugliano. Un chiodo fisso che, a un tratto, è stato trasformato in un'azione violenta contro una giovane sconosciuta. Libri, documenti, ritagli. Ma non solo. Nella stessa camera (in cui oggi ci sarà un nuovo sopralluogo) gli investigatori hanno trovato anche un secondo coltello - oltre a quello utilizzato contro la vittima -, due foderi fatti a mano con cartone e carta stagnola, una pistola finta senza un tappo rosso (che permetta di riconoscerla come giocattolo) e una parrucca castana da donna (in una scatola). E ciò restituisce un quadro su cui gli inquirenti, coordinati dal pm Panzeri, devono ancora far luce appieno. Il Gip Paolo Lauteri, nell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per tentato sequestro di persona a scopo di estorsione, omicidio e porto ingiustificato di coltello, ha osservato che «anche l'esistenza di Garbino ha subito un drastico cambiamento e le cause che l'hanno determinato - da rinvenire verosimilmente nel disagio connesso alla sua perdurante situazione di disoccupato - non possono non sollecitare una riflessione in ordine alla pericolosa deriva che rischia di assumere l'esistenza ove non supportata da un minimo di riconoscimento e di risultato del proprio agire». Garbino ha più volte dichiarato di essersi reso conto di aver fatto «qualcosa di imperdonabile». E ha confessato tutto, parlando per ore ai carabinieri del Nucleo investigativo guidati dal capitano Pasquariello. «Ma - scrive ancora il Gip nel provvedimento restrittivo - l'orrore del fatto e la dimostrata capacità di porre in essere condotte tanto aberranti non consentono di ritenere efficace la semplice comprensione dell'errore. Il soggetto va aiutato, questo è fuori discussione. Tuttavia, un concreto percorso di emenda ha probabilità di esplicarsi solo ove la persona sia messa di fronte alle conseguenze della sua azione». Lo stesso Gip osserva che «la morte di Silvia, una ragazza piena di positività in un contesto di legittimo svago e di ricerca di quel benessere fisico necessario per affrontare ogni vicissitudine della vita, è un fatto che si commenta da solo. Non ci vuole un tecnico del diritto - continua il giudice - per descriverne l'orrore. Accanto al dolore immenso per la perdita di una persona - che nessuna sentenza potrà mai restituire - (...) si diffonderanno, almeno nell'immediato, fobie disincentivanti che indurranno a ritenere pericoloso anche l'esercizio di attività ludiche o di svago indispensabili in una vita sempre più stressante».