Nei versi di Edvino Ugolini l'urgenza costante della pace

Domani, alle 18, intorno al caco sopravvissuto all'olocausto di Nagasaki, nel parco di San Giovanni (direzione Azienda sanitaria), a tre settimane dalla scomparsa di Edvino Ugolini si terranno alcune letture, che seguono il ricordo di Hiroshima e Nagasaki davanti la base nucleare di Aviano. Edvino sarà idealmente presente con i versi per il disarmo de "La bomba": "Tre giorni e tre notti dopo.../ Il cielo era tornato sereno sopra Nagasaki/ da Hiroshima notizie strazianti/ di morti e superstiti / che vagavano arsi vivi come fantasmi / nelle strade bruciate./ Ma nella settantaduesima ora sbuca/ dal profondo del cielo/ la sagoma della mietitrice/ che con le sue ali e la sua falce/ depone l'ennesimo strumento di morte..../ La luce accecante spazza via tutto e tutti.../ Mentre vola via l'uccello infernale/ verso il suo covo, dove si prepara il trionfo". (Nagasaki, 9 agosto 1945) di GABRIELLA VALERA GRUBER* «Acque mosse dal tuo sorriso/ su volti di bimbi/ in affanno per una carezza/… dal coraggio e dalla tenacia/ di chi per pochi attimi/ nell'eterno bagliore dell'universo/ ha creduto e lottato». Possiamo ricordare Edvino Ugolini con le parole che egli scrisse per Vittorio Arrigoni, giovane pacifista ucciso da un sedicente gruppo jihadista salafita. Pacifista senza risparmio, Edvino era un poeta con gli occhi diventati grandi dal molto vedere: «Non vorrei più guardare gli occhi delle madri distrutte/, no mai più, son tutti figli miei/ creature innocenti nate e morte sotto i miei occhi», scriveva. Occhi che hanno visto occhi di bimbi scrutare e si sono sentiti invasi dalla loro vita e dalla loro atroce domanda, hanno visto il lutto delle madri e, come madri, hanno visto nascere e morire, raccolto frutti e rimesso spoglie nella terra, hanno visto «mani piangere stimmate di amara sofferenza» e mani di bimbo «alzate nel vento a rapire carezze». Anche le sue grandi mani erano sempre protese nel gesto di una vicinanza. Non si può parlare di Edvino se non con le sue stesse parole di poeta, tanto intrinseco al suo essere era il messaggio e tanto solidali nel suo testo la forma nuda e l'urgenza dei contenuti. I suoi molti libri ne indicano il percorso (fra cui: Vita e Morte, 1983; Bagliori 2000, Ingl. 2006; Poesie ribelli, 2001; Intrecci 2003; Poesie sparse 2008, Rum. 2012). Sospinte da una riflessione religiosa e cosmica, le sue poesie trasmettono il senso di una colpa universale, alla cui responsabilità tremenda non è possibile sottrarsi. «L'uomo lascerà ai posteri le sue colpe», scrive, e la condanna assume tono di profezia: «La ferocia di certi uomini ha trasformato in tizzoni ardenti fratelli e sorelle. Il nulla che hanno creato ripiomberà su di loro» (Hiroshima). Poeta della pace, ma anche del dubbio e della meditazione («E non ricordo più il porto da cui sono partito… »), della tenerezza e della speranza. Perché l'uomo che prende su di sé la responsabilità della colpa universale prende su di sé anche il dolore e la volontà del riscatto. Vorrei dirti, Edvino, i versi di una bimba rumena: «O futuro, fai che tutte le madri e tutti i padri ritornino,/ fai che questa poesia ritorni da me! ». Ripeteresti, dai luoghi della tua desolata speranza, la parabola di una tua poesia: «Le orde lasciarono il campo e svanirono… /Tornarono i bimbi con le loro madri/ e iniziò una nuova primavera». Non c'è consolazione alla morte, ma la tua vita lascia una traccia di bene; i bambini ritorneranno col loro «raggiante sorriso», gli occhi «come confetti rosa donati in un giorno di festa» e tornerà la poesia al cuore degli uomini. *Università di Trieste-Dipartimento Studi Umanistici presidente Associazione Poesia e Solidarietà presidente di casa della Letteratura Trieste