L'«Edipo Re» di Marco Podda il medico che scrive musica

di Andrea Bergani Ancora una volta le note di Marco Podda incanteranno il pubblico di Siracusa. Portano la firma del medico e musicista triestino, infatti, le musiche di scena dell'«Edipo Re» di Sofocle, in cartellone al Teatro Greco da oggi fino al 22 giugno, nell'ambito del 49.o Ciclo di rappresentazioni classiche. Dopo le composizioni per "Sette a Tebe", "Edipo a Colono" e "Aiace", ecco ora l'impegno in una tragedia che più di altre ha seguito nei secoli la storia del pensiero umano. A Marco Podda abbiamo chiesto di raccontare il suo percorso artistico e professionale. Per la composizione di quest'ultima fatica, da dove è partito? «Ho cercato di conciliare le indicazioni del regista Daniele Salvo con la para-drammaturgia musicale che il testo aveva suscitato in me. È nota la sua doppia attività. Si sente più medico o più musicista? «La medicina è una passione che è anche missione; la musica è una passione che è anche psicoterapia comportamentale. La prima lavora molto con l'Ego e con la razionalità, la seconda molto con l'Es e le pulsioni. Sarebbe molto più difficile conciliarle se, anziché comporre, mi dedicassi all'esecuzione musicale, per la quale è necessaria molta pratica costante e quotidiana, tempo che dedico all'esercizio della professione specialistica. Quando non lavoro, per staccare, vado al pianoforte a scrivere. È una vita un po' monacale che porta a qualche rinuncia, più che ora et labora è labora et labora, ma nel mio essere abbastanza solitario, non lo vivo come peso, ma è quasi un sollievo». Banalizzando quindi, anziché guardare la tv, scrive. Ciò che colpisce, però, è la sua capacità di essere riuscito a raggiungere livelli prestigiosi di professionalità in settori così diversi. «La professione medica mi dà la possibilità di dedicarmi alla musica in modo libero, permettendomi anacronismi, commistioni, ricerche. Posso sperimentare le mie idee sulla percezione sonora senza preoccuparmi troppo di ingraziarmi le committenze. A volte sono criticato dall'Accademia, a volte ciò che scrivo viene percepito come già sentito da parte di certa intellighenzia musicale; risulta, però, funzionale allo scopo richiesto, sia per il pubblico che dagli addetti ai lavori». Oltre alla composizione per il teatro sta registrando un cd... «Effettueremo le ultime sedute di registrazione a fine maggio. Si tratta di un cd intimo, scritto, registrato ed eseguito per e con degli amici. È un'occasione per trovarsi, andare a cena, bere un bicchiere assieme. Contiene brani non recenti, molto intimistici, solo musica da camera, rappresentano per noi qualcosa che collega passato e presente e ci piace fissarlo in modo tangibile, un po' come una foto ricordo. Un disco con musiche antistoriche e suoni, senza nessuna pretesa di fare la storia della musica. Il titolo provvisorio è "L'aria e le corde", strumenti d'aria e di corde: la voce del soprano Laura Antonaz, il flauto di Giorgio Di Giorgi, l'arpa di Lara Macrì e il violoncello di Jacopo Francini che, senza nulla togliere agli altri, è il motore principale. Questo disco rappresenta l'amicizia pluridecennale con Jacopo, del quale amo profondamente l'enorme musicalità e apprezzo l'estrema bravura. Il violoncello ha qui la parte del leone. Non avendo ancora registrato niente assieme, alla fine ci siamo decisi. E tutto questo è stato reso possibile grazie all'apporto importante di tutti gli altri eccelsi interpreti». Tra gli spettacoli di Siracusa per i quali ha scritto le musiche di scena, quali ricorda più volentieri? «"Aiace", presentato nel 2010, è stato fino ad adesso campione d'incassi, con il maggior numero di spettatori registrato nella storia dei cent'anni dell'Istituto nazionale del dramma antico, l'ente organizzatore di questi spettacoli. Sette a Tebe con la regia di Jean-Pierre Vincent, rendeva meno lo spirito della tragedia greca risentendo forse un po' troppo dell'approccio francese al dramma. Personalmente preferisco "Edipo a Colono", andato in scena nel 2009, sempre con la regia di Salvo, e con la scenografia di Massimiliano Fuksas, grande architetto e intellettuale. È stato per me uno spettacolo molto stimolante, con Giorgio Albertazzi nel ruolo di Edipo. Avevo utilizzato dei quintetti d'archi che, musicalmente, mi avevano soddisfatto». Qualche anticipazione su quel che si potrà ascoltare assistendo all'Edipo Re? «È uno spettacolo innovativo per me. Ho inserito alcuni brevi interventi di un coro e, dal punto di vista strettamente tecnico, ho intersecato dei moduli ripetuti, tipici del minimalismo, con degli aspetti modali creati sul tetracordo greco, cui ho aggiunto delle pulsazioni metriche, diverse a seconda di ogni scena e derivanti da esperimenti di percezione uditiva e di stimolazione neurosensoriale, ampiamente studiata nell'ambito della psicologia dell'ascolto, in particolare per quanto riguarda l'elicitazione dei riflessi viscerali e degli stati umorali». Tutto questo non sarebbe possibile se lei non fosse anche un medico con specializzazione in otorinolaringoiatria e foniatria... «Oltre alle conoscenze di natura strettamente compositiva e di orchestrazione, desunti dai grandi maestri e di psicologia cognitiva, qui si aggiunge, in effetti, quanto proviene dalla psico-fisica uditiva. Alcune frequenze, tenute per un certo tempo definito e con particolari dinamiche, possono dare o meno un certo tipo di reazione psico-sensoriale. Se tali reazioni si sommano con l'ascolto di quanto detto dagli attori, grazie anche alla loro interpretazione, tutto ciò assume una coloratura precisa che amplifica la valenza emotiva di quanto proposto verbalmente, cosa già nota al tempo dei greci. Ora la psicologia e l'audiologia stanno codificando e dimostrando tutto questo. Lei dirige anche due cori, la Cappella Tergestina e il Kol Ha-Tikvà... «Rappresentano per me un modo di vivere la socialità. Il coro è un gruppo in cui posso incontrarmi con altre persone con cui condividere gli stessi amori e le stesse passioni, vita normale e vita musicale. Sono luoghi in cui si sono sviluppate delle amicizie anche ultradecennali profonde, che costituiscono grande parte delle mie relazioni e di amicizia; fanno un tutt'uno con quel che son io». ©RIPRODUZIONE RISERVATA