La villa di Castelnuovo ha stregato i Terraneo

Il Castelnuovo a Castelvecchio. Un gioco di parole, che racconta la storia della villa voluta alle pendici del Carso sopra Sagrado, da Raimondo IX Della Torre Hofer Valsassina (1749-1817), signore di Duino, Sistiana, Sagrado, Vipulzano, Barbana e altri territori in Friuli, attraverso le vicende descritte da Mirella Della Valle e Miriam Dellasorte, nella recente pubblicazione "Castel Nuovo", per le "Edizioni della Laguna" di Marino De Grassi. Malgrado le certosine ricerche, nei vari archivi veneti e giuliani, non è però emerso chi sia l'autore del progetto della villa, ancorché il bel disegno del prospetto sia stato rinvenuto nel fondo Della Torre Tasso, all'Archivio Storico di Trieste. La villa, che ricorda molto le composizioni del Palladio, per via della simmetria della facciata tripartita, del portico d'ingresso e del timpano che si eleva sulla parte centrale, si chiama Castelnuovo per distinguersi dal Castelvecchio che ha dato il nome alla zona, eretto tra il Cinque e Seicento a est della strada da Gorizia a Monfalcone, smantellato alla fine del Settecento e rimpiazzato dalla nuova dimora costruita in un quel luogo caratterizzato da una amplissima panoramica, che impareggiabile col sereno mostra il mare. A Raimondo, succede il figlio Giovanni Battista e poi la nipote Teresa Maria Beatrice von Thurn-Hofer und Valsassina, l'ultima discendente col cognome dei Signori del Castello di Duino, sposata col principe Egon Karl zu Hohenlohe-Waldenburg-Schillingsfürst. Da loro nacque la principessa Maria Hohenlohe, che ereditò la tenuta e che, sposando il lontano cugino Alexander von Thurn und Taxis, riprese il cognome della famiglia, una famiglia che molte case ebbe nel tempo anche a Gorizia (villa Luise in via Diaz, palazzo Torriani in piazza Vittoria, il villino di via XXIV Maggio 9) e ancora oggi abita il Castello di Duino. Nel 1902, la tenuta viene ceduta ai signori Naglos e Chiaradia, che a loro volta la rivendono al poeta triestino e irredentista, Spartaco Muratti (1875-1937). Con la prima guerra mondiale, Castelvecchio diventa campo di battaglia e la villa viene pesantemente colpita, tanto che il Muratti decide di ritirarsi in Friuli, lì proseguendo in friulano la produzione poetica. Il palazzo ebbe poi diversi proprietari: la ditta Agliarolo dal 1920, la Banca d'Italia dal 1923, Sebastiano Montuori dal 1938 e vari altri ancora fino al 1987, quando nello spirito della diversificazione degli investimenti e per produrne l'ottimo vino "Castelvecchio", la tenuta fu acquistata dalla famiglia Terraneo la quale, con amore e da anni, prosegue nella lodevole opera di restauro della villa, della quale inavvertitamente è rimasta "stregata". Alla presentazione del libro, nella "barchessa" di Castelnuovo, Vittorio Sgarbi ha voluto rendere evidente con una sua lettura un passo di particolare significato della prefazione di Mirella e Leopoldo Terraneo: «Eravamo inconsapevolmente, per nascita, dei contadini, abbiamo voluto vivere e sperimentare, negli ultimi cento anni, la rivoluzione industriale, elettronica e ora informatica perché quella sembrava la direzione che ci portava verso una nuova forma di civiltà. Oggi non siamo più sicuri che la rivoluzione degli ultimi anni la si possa definire ‘civiltà'. Ha mostrato ampiamente i suoi limiti e la sua incapacità di salvaguardare le esigenze primarie della specie umana, la salvaguardia della Terra, del cibo, dell'aria e dell'acqua… torniamo per scelta consapevole a fare i contadini, per difendere il nostro pane, il nostro olio e il nostro vino quotidiano». Diego Kuzmin