L'Imperatore di Ullmann va in Risiera

MUGGIA Un lungo e convinto applauso a tutti gli ottimi interpreti (7 cantanti e 15 strumenti) ha salutato l'altra sera la conclusione dell'opera "Der Kaiser von Atlantis oder die Tod-Verweigerung" ("L'Imperatore di Atlantide ovvero il rifiuto della Morte") in un teatro Verdi esaurito e che martedì 2 ottobre alle 21 andrà in scena con ingresso libero alla Risiera di San Sabba, luogo originariamente destinato ad ospitare quello che - spiega lo storico Alessandro Carrieri «non è uno spettacolo, ma un atto di testimonianza». «La rifaremo in Risiera - aggiunge l'autore della prolusione - perché la memoria dell'esperienza concentrazionaria dev'essere qualcosa di vivo, una spinta profonda a mantenere desta l'attenzione». «Sarà il coronamento – ricorda il presidente dell'associazione promotrice, Musica Libera, Davide Casali – di un lavoro iniziato quattro anni che sfocerà nella realizzazione di un documentario sulla musica a Terezín» dove il capolavoro di Viktor Ullmann venne scritto, ma mai messo in scena durante la guerra. Sotto l'ottima direzione di Davide Casali, l'opera rivela la sua drammaticità e al contempo esalta la propria modernità, fatta di continui riferimenti classici ad autori considerati degenerati dal regime. Essenziale la scenografia, volutamente scarna come i costumi (ricavabili dagli abiti consunti dei prigionieri del campo di Terezín): un megafono di latta su una catasta di legna avvolta da filo spinato, una panca, un telefono, spada e pistole di legno): quanto si sarebbe potuto reperire lì allora. Sul fondo, la luna, idea di libertà ed elemento ricorrente. La breve forma, in un solo atto, lascia intuire la volontà del compositore ceco allievo di Schoenberg: avvicinarla al presente dei deportati. "Hallo, hallo!" urla l'altoparlante che simboleggia la propaganda. Un solo leit-motiv: la citazione dalla sinfonia di Josef Suk "Asräel, l'Angelo della Morte", assurta a simbolo della resistenza ceca. L'altoparlante elenca i protagonisti: l'imperatore Overall di Atlantide, il Tamburo, un soldato e una ragazza, la Morte (in uniforme imperial-regia) e Arlecchino, che è la vita e simboleggia i prigionieri a cui è stata tolta la dignità. Il Tamburo proclama la guerra tutti contro tutti e chiede alla Morte di essere sua alleata. Questa si sente offesa e spezza la spada. Più nessuno morirà. Ma se i soldati non muoiono, nessuno ubbidirà più. Nel campo di battaglia un soldato e una ragazza si baciano anziché spararsi: anche nel Lager può nascere l'amore. Overall vede l'immagine riflessa della Morte: sarà conciliante se il Kaiser acconsentirà a morire per primo. L'Imperatore accetta, restituiendo senso alla vita. La morale, "Non nominare il grande nome della Morte invano". Gianfranco Terzoli