A Trieste il mondo secondo Chomski

di Letzia Allevi wTRIESTE Forse si presenterà vestendo i panni del contestatore impegnato in politica e nel sociale. O forse quelli del distinto professore di linguistica al Mit, il prestigioso Massachusetts Institute of Technology che sforna Nobel come fossero panini (la lista conta più di 70 nomi). O forse nulla di tutto ciò. Sia come sia, l'arrivo di Noam Chomsky a Trieste, lunedì 17 settembre, è tra gli eventi destinati a fare del capoluogo giuliano un attrattore su scala internazionale. Invitato in città dalla Sissa, nella persona del direttore Guido Martinelli, Chomsky riceverà il dottorato (PhD) honoris causa per il lavoro svolto in ambito linguistico. E alla Sissa terrà due conferenze: una sul linguaggio, dedicata a un pubblico di specialisti, e una sul nuovo ordine mondiale, organizzata da Sissa in collaborazione con il Comune di Trieste, che il pubblico cittadino potrà seguire grazie a un servizio di traduzione simultanea a cura di Università di Trieste e della sua Scuola Superiore per interpreti e traduttori. Tolti gli esperti di settore, che sguazzano a proprio agio nelle complesse costruzioni linguistiche di questo ebreo americano di ascendenza russa, è lecito supporre che siano ben poche le persone che non conoscono Chomsky. Classe 1928, Avram Noam nasce a Filadelfia il 7 dicembre, da una famiglia ebrea emigrata negli Stati Uniti, e sin da bambino si confronta con l'antisemitismo locale di matrice tedesca e irlandese. A influenzare le sue simpatie per la sinistra è uno zio, proprietario di un chiosco di giornali, attorno cui si riunivano quotidianamente gli intellettuali di Filadelfia per discutere i temi caldi del momento. Dopo la laurea all'università della Pennsylvania, dove studia filosofia e linguistica, il salto al Mit, dove ora è professore emerito, e dove ha trascorso cinquant'anni trascorsi a insegnare linguistica (dal 1955 al 2010). Le sue teorie linguistiche controcorrente, gli oltre 100 libri al suo attivo e qualcosa come 37 lauree honoris causa tributategli da Università di tutto il mondo ne fanno certamente uno tra i personaggi più popolari dell'ultimo secolo. Secondo un'indagine del 1992, effettuata dall'Arts & Humanities Citation Index - il gigantesco database online che segue e indicizza più di 1300 pubblicazioni, consentendo ricerche incrociate su arte, scienze umane, linguistica, storia e molto altro - Chomsky è stato lo studioso più citato dal 1980 al 1992, e occupa l'ottavo posto nella classifica mondiale di ogni tempo. Eclettico, senza scadere in una superficiale tuttologia, ha affrontato nella sua vita di pensatore temi e problemi anche molto distanti fra loro. A cominciare dalla guerra del Vietnam, di cui è stato aspro critico, tanto da scrivere sulle pagine del The New York Review of Books, nel 1975: «… so che faranno di tutto per cercare di nascondere la storia di questa guerra e le resistenze interne che hanno cercato di opporvisi». Non era solo la guerra in sé a irritare Chomsky. A rovinare le sue notti, infiammando i suoi scritti di giorno, erano anche la politica estera degli Stati Uniti, il neoliberismo – colpevole di aver accentuato il divario socio-economico tra ricchi e poveri – l'uso strumentale dei mezzi di informazione per "fissare finte priorità" e "fabbricare consenso". Famoso il suo decalogo sulle strategie di manipolazione attraverso i mass-media. Non si può nominare Chomsky senza per lo meno accennare alla sua rivoluzionaria grammatica generativo-trasformazionale, che propone una visione opposta alla linguistica strutturalista funzionalista. Come mai chi parla una lingua riesce a generare e a capire frasi mai udite o addirittura pronunciate prima? Da dove viene una simile creatività? Lo strutturalismo non dà risposta. Chomsky, invece, correla la creatività all'esistenza di regole e principi definiti. La grammatica è una competenza mentale, dice, figlia di una conoscenza innata dei principi che governano la formazione del linguaggio. ©RIPRODUZIONE RISERVATA