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Il Leone d’oro a Luca Ronconi autore di un teatro infinito

Ottant’anni fa, il 6 agosto 1932 al Lido di Venezia, sulla terrazza dell'Hotel Excelsior ebbe inizio – ideato e realizzato dalla Biennale di Venezia - il primo festival cinematografico internazionale al mondo. Alle 21.15, su uno schermo appositamente allestito all'aperto, fra qualche scroscio di pioggia fu proiettato “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” di Rouben Mamoulian. Al film seguì un gran ballo nei saloni dell’Excelsior. «Nata dal ceppo della Biennale Arte – dice il presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta – la Mostra del Cinema fu concepita fin dagli inizi con la sensibilità, la ricchezza e la vocazione alla pluralità di voci, proprie della mostra d’arte. Tale fu il modello a cui si ispirarono, nel dar vita a una mostra cinematografica, Antonio Maraini e il Conte Volpi (rispettivamente direttore e presidente della Biennale)». Quella del 1932 al Lido “fu un'annata memorabile”, scrisse il giovane critico Michelangelo Antonioni. Giunsero sullo schermo dell’Excelsior le opere di maestri quali Mario Camerini (Gli uomini, che mascalzoni...”, primo film italiano a essere presentato, con grande successo, l’11 agosto), Frank Capra (“Forbidden”), René Clair (“A nous la liberté”), Alexandr Dovzenko (“Terra”), Edmund Goulding (“Grand Hotel”), Joris Ivens (“Regen”), King Vidor (“The Champ”). In tutto, ventisei film di sette nazioni. di Roberto Canziani Questa sera, nella storica sede di Ca’ Giustinian, Luca Ronconi riceverà il Leone d'oro, il principale riconoscimento della Biennale di Venezia. E' un premio che si aggiunge alle tante conquiste del regista. Ma che ha un valore particolare proprio ora, che sulla soglia degli 80 anni (da compiere il prossimo 8 marzo), Ronconi continua a dimostrare che il suo pensiero e la sue scelte di teatro sono incredibilmente al passo con i tempi, tanto da essere ancora oggi fra i più ricercati maestri della scena internazionale, e il più attivo sicuramente fra quanti hanno rapporti quotidiani con la generazione giovane e giovanissima degli attori, dei registi, dei drammaturghi. Il suo “buen retiro” nella campagna umbra (il Centro Teatrale Santa Cristina) è una mecca per chi sa che questo signore, attivo sulle scene da 60 anni, con capelli bianchi e clamorosamente lunghi, un volto reso intenso dall'intelligenza e decorato da un sorriso spesso sornione, un uomo costretto un giorno sì e uno no alla estenuante pratica terapeutica della dialisi, conserva un'energia, una voglia di progetti, soprattutto un'inventiva che basterebbero ad alimentare un plotoncino di aspiranti teatranti. In molti, che pur giovanissimi, abbiamo avuto la fortuna di assistere (o sarebbe più giusto dire: partecipare) al suo “Orlando Furioso”, resta viva ancora l'impressione quell'esperienza. Trieste l'accolse nel 1969 in piazza Unità, e il muoversi incessante di macchine sceniche e carrelli, avanti e indietro nel largo spazio, il recitare degli attori a grappolo, e contemporaneamente, in diversi punti , la capacità di leggere e reinventare l'intreccio complesso dei fili cavallereschi nel capolavoro di Ariosto, diedero vita a uno spettacolo ancor oggi insuperato. Con l'apparizione del gigantesco Ippogrifo, che sullo sfondo del municipio, agitava temibili ali meccaniche, l'Orlando toccava la punta più alta di una fantasia teatrale che oggi, a più di quarant’anni di distanza, non sembra affievolirsi. Anche i colossali “Ultimi giorni dell'umanità” nella vuota cattedrale industriale del Lingotto Fiat a Torino (1991, a pochi giorni prima dello scoppiare della guerra del Golfo), i stupefacenti paradossi di “Infinities” nello stabilimento della Bovisa di Milano 2002, le profetiche visioni del rapporto tra società, economia e finanza (da “Lo specchio del diavolo” fino al recente “La compagnia degli uomini”) elaborate ben prima che la crisi si facesse palese e mordesse feroce, sono spettacoli che chi adesso vuole far teatro deve conoscere e studiare. Possono aiutare a capire quale sia la formula che mette d'accordo il teatro con l'oggi, senza che la visione dell'attualità diventi cronaca, o costume, o chiacchiera banale. E non è solo un teatro di spazi insoliti e visioni anticipatrici, quello di Ronconi. Il suo è anzitutto “Teatro della conoscenza”. Esattamente il titolo di un libro in uscita il prossimo primo settembre: festeggerà il traguardo degli 80 anni e permetterà di rileggere, in retrospettiva, tutto il suo lavoro di regia, cominciato proprio nel 1963 con uno studio dedicato a due lavori di Carlo Goldoni. Scritto a quattro mani da Ronconi stesso e dal critico teatrale Gianfranco Capitta, il volume intitolato “Teatro della conoscenza” (Laterza, collana “I libri del Festival della mente”, euro 10) propone un'estesa conversazione tra i due autori che sviscerano, se non il metodo (che Ronconi sostiene di non esercitare), i motivi di base della sua creatività. E nell'elencare le 120 regie teatrali di Ronconi (altre cento sono quelle lirico-musicali), di ciascuna offre un flash, una curiosità, un ricordo, in un gioco infinito di restituzioni e rimandi. E' illuminante perciò sentirlo dire, come altre volte ci è capitato: «Mi piace pensare a una specie di teatro infinito. Ogni spettatore prende quel tanto che vuole. Questo rapporto per me assomiglia a quello che il lettore instaura con il libro, che se vuole può mettere da parte e poi ritornare ad aprire secondo l’estro del momento. Di un libro, il lettore può fare veramente quello che gli pare e sono convinto che la popolarità del melodramma nell’800 sia dovuta al fatto che non era un teatro costrittivo». E ancora: «Il pubblico ha tutto il diritto di distrarsi, o pensare ai fatti suoi, mentre guarda lo spettacolo. E’ un'attenzione intermittente che lo spettacolo deve continuamente riconquistare». A Venezia, dov'è già arrivato, Ronconi non porta e non mostrerà spettacoli. Lavorerà invece su Pirandello, a modo suo, con una trentina di attori e quattro altrettanto giovani registi, scegliendo alcuni momenti da “Questa sera si recita a soggetto”. Al Festival di Spoleto, qualche settimana fa, aveva presentato una irrequieta versione di “Sei personaggi”, che riproporrà anche il prossimo ottobre al Piccolo Teatro di Milano. Un primo assaggio dei risultati dell'atelier veneziano si potrà vedere, con l'intervento del regista, sabato 11 agosto, negli spazi dello Iuav – Ex Cotonificio di Santa Marta. Poi via di nuovo, com'è abituato a fare da mezzo secolo: a disegnare i binari e a preparare le traversine di un nuovo lavoro. Perché per Ronconi, la sera di una prima è sempre il momento in cui già comincia il lavoro successivo, la nuova sfida, il prossimo impegno. Senza curarsi dell'anagrafe. Con l'energia matura e la sapienza forte di un leone bianco. ©RIPRODUZIONE RISERVATA