di Luigi Dell’Olio wMILANO Oltre il 20% perso in un anno, oltre il due-terzi del valore nel confronto a cinque anni. Piazza Affari è reduce da un lungo travaglio, dal quale si fatica ancora a intravvedere una via d’uscita. Molte delle società quotate oggi valgono meno del loro valore di libro e ci sono casi di aziende che capitalizzano poco più degli aumenti di capitale condotti in porto nei mesi scorsi. Se si considera che in altri Paesi – non solo quelli lontani, ma anche di Francia e Germania – è possibile indebitarsi a prezzo di saldo, nei prossimi mesi potremmo assistere a un’ondata di scalate su realtà italiane che fanno gola oltreconfine. Piccoli gioielli del made in Italy. Le prime a finire in mano straniera potrebbero essere, per ovvie ragioni, alcune small cap. «L’interesse sta crescendo soprattutto verso quelle realtà che hanno sviluppato un know-how di eccellenza, ben posizionate sui mercati internazionali e con un potenziale in buona parte inespresso», commenta un analista di una primaria sim milanese. Aggiungendo qualche nome di possibili prede. Innanzitutto c’è Ansaldo Sts, che la controllante Finmeccanica potrebbe voler dismettere per fare cassa. «L’azienda specializzata in sistemi di segnaletica per il trasporto ferroviario e metropolitano conquista mandati in tutto il mondo e potrebbe quindi essere una preda prelibata per giganti come General Electric e Hitachi», precisa l’analista. A suo favore gioca anche la capacità di portare a casa buoni risultati nonostante la congiuntura negativa sui mercati: nel primo semestre i ricavi di Ansaldo Sts si sono attestati a quota 568 milioni di euro, sostanzialmente in linea (-0,1%) con il risultato dodici mesi prima. Mentre l'Ebit (risultato operativo) è risultato pari a 50,6 milioni di euro, in flessione del 3,1% rispetto ai 52,2 milioni di un anno prima: un risultato imputabile a maggiori oneri non ricorrenti. L’esperto indica altri nomi che potrebbero far gola all’estero: «Alerion Clean Power, che opera in un settore con buone prospettive di crescita come le energie rinnovabili e ha sempre ripagato gli azionisti con dividendi non inferiori al 3%, quindi Diasorin, piccolo gioiello in ambito farmaceutico». Incertezza sui colossi del credito. Se gli investimenti internazionali costituiscono la norma in un’economia di mercato, a preoccupare molti osservatori è l’eventualità che nel mirino di investitori esteri finiscano società strategiche per il nostro Paese, al di là del valore economico. In cima alla lista dei possibili grandi gruppi nel mirino ci sarebbe Unicredit, la più internazionale tra le banche italiane, ma anche la più colpita dai dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico italiano. La società di piazza Cordusio oggi capitalizza un terzo rispetto a un anno fa, la metà rispetto a Deutsche Bank e il 40% di Bnp Paribas, per cui potrebbe entrare nel mirino di concorrenti europei, in primis quelli tedeschi, che possono finanziarsi a costo quasi zero. Lo stesso potrebbe valere per Intesa SanPaolo e qualche istituto di media taglia, oltre che per diverse società industriali e della moda (i casi di Bulgari, Parmalat e Valentino stanno lì a dimostrarlo). Senza dimenticare Telecom Italia, con il numero uno Franco Bernabè che proprio di recente ha invitato a tenere alta la vigilanza sul rischio scalata, resa più facile da un azionariato non proprio coeso. Da non escludere, poi, investitori dei Paesi emergenti, in buona parte provenienti dalla vendita del petrolio. Lo scorso anno i fondi sovrani in giro per il mondo hanno investito più di 80 miliardi di dollari tra banche, società industriali ed energetiche, ma l’Italia è rimasta ai margini di questo Monopoli in primo luogo perché considerata troppo ingarbugliata sul fronte della burocrazia e caratterizzata da una tassazione eccessiva. Paradossalmente proprio questa potrebbe essere la salvezza, insieme con il potere di influenza delle Fondazioni (espressione dei potentati locali): un’italianità preservata per mancanza di appeal. ©RIPRODUZIONE RISERVATA