SOCIETÀ»IL PROGETTO

di Maria Cristina Vilardo I periodi più sensibili per lo sviluppo delle funzioni cerebrali vanno dalla gravidanza ai primi 1000 giorni. L'attività del cervello di un neonato varia sensibilmente all'ascolto della madrelingua, della voce registrata e del silenzio. E gli effetti della stimolazione cognitivo-relazionale attuata dalle madri tra i 9 e i 24 mesi di vita sono ancora evidenti all'età di 17-18 anni, in termini di QI, vocabolario, capacità di lettura e comprensione del testo. Armato di dati scientifici, lo ha raccontato ieri Giorgio Tamburlini, presidente del Centro per la Salute del Bambino, una onlus con sede a Trieste che funge da segreteria nazionale di "Nati per leggere", alla conferenza stampa di presentazione del progetto "In vitro" a Roma. È un progetto sperimentale che, in un arco di tempo di 28 mesi, mira a rendere la lettura un'abitudine sociale diffusa, sin dalla tenera età. Perché oggi il numero dei lettori abituali nel nostro paese è pari a circa il 18 per cento della popolazione adulta e quelli dei lettori occasionali si aggira sul 31 per cento. Alle famiglie dei nuovi nati verrà distribuito un kit di "primi libri", tramite la rete di pediatri Nati per leggere. Giorgio Tamburlini, che è stato pediatra clinico e direttore scientifico del Burlo Garofolo, vuol citare un bel dipinto di Bartolomeo Schedoni, pittore vissuto a cavallo fra il ‘500 e il ‘600, che ritrae la Madonna e Giuseppe chini a leggere un libro a Gesù Bambino. Un esempio antico e prezioso che avvalora sotto il profilo umano le tesi scientifiche. «Io sono stato tra i fondatori di "Nati per leggere" - spiega - a cui abbiamo dato avvio nel 1999 ad Assisi durante il congresso dell'Associazione Culturale Pediatri, di cui allora ero presidente. Sulla scia dei primi tentativi dei pediatri di Boston di promozione della lettura, è sorta un'alleanza fra bibliotecari e pediatri abbastanza inusuale e inedita. È il punto di forza del progetto perché i bibliotecari hanno la sapienza sui libri e hanno anche i libri, i pediatri hanno l'autorevolezza scientifica e soprattutto vedono bambini e famiglie. Anche quelle, e sono la stragrande maggioranza in Italia, che non avrebbero la spontanea attitudine a leggere ai bambini fin da molto piccoli. "Nati per leggere" è stata una delle esperienze a cui sono sicuramente più affezionato». Perché? «Innanzi tutto per l'entusiasmo che crea nei genitori lo scoprire che un bambino così piccolo, un bambino di 6 mesi, 8 mesi, 9 mesi o un anno, è in grado di interessarsi a delle immagini e a delle parole scritte, che non hanno nessun significato per lui ma vengono lette dal genitore e quindi entrano in collegamento con le immagini... Tutto questo facilita lo sviluppo del linguaggio, delle relazioni. I pediatri sono molto contenti nel vedere che la loro raccomandazione di dedicarsi alla lettura apre una finestra di dialogo tra loro e i genitori su un bambino intero, che è fatto di mente, di corpo, di relazioni, e non solo di pancia, di gola, di vaccinazioni, di malattie infettive. Oggigiorno, più che in passato, i genitori vogliono avere questo tipo di colloquio con il pediatra. Ne hanno bisogno perché a volte sono un po' confusi e persi di fronte all'enormità del compito, alla scarsezza di supporti o anche all'eccesso di informazioni. Dà alle mamme un motivo di fiducia in se stesse, perché sanno di fare qualcosa di utile al proprio bambino che non sia comprare l'ultimo omogeneizzato della pubblicità o il vestitino firmato». E i bibliotecari come sono coinvolti? «Finalmente trovano un progetto che valorizza molto il loro lavoro proprio dalle fondamenta, perché il lettore di domani si costruisce nei primi anni di vita, non si costruisce a scuola obbligando il bambino a leggere delle cose che poi deve ripetere. Se diventa un'esperienza precoce, legata al piacere di essere tenuto in braccio, di ascoltare la voce della mamma, del papà, della nonna o di chiunque altro, lascia un'impronta positiva. La lettura è un'attività molto ricca che non ha a che fare solo con la dimensione cognitiva ma anche con quella emozionale e relazionale. È un'attività globale, complessa, importante per lo sviluppo di alcune funzioni cerebrali che altrimenti restano silenti o perdute». E va incoraggiata in epoca prenatale? «È chiaro che nel grembo materno il bambino non si metterà a leggere "Cappuccetto Rosso", però può ascoltare la musica o la mamma che canta delle ninnenanne, delle filastrocche. Questa esperienza musicale non è priva di senso, resta in qualche modo fissata nel cervello del bambino. Il cervello del bambino che sente delle musiche prima della nascita non è uguale a quello del bambino che non le ha udite. Alla Sissa hanno dimostrato che già a pochi giorni, anche se il bambino non è cosciente, i suoi neuroni distinguono la voce materna da una voce qualsiasi, e i ricercatori del San Raffaele ci dicono che il cervello neonatale distingue una sequenza di Mozart da una alterata rispetto a quella originale». Fra i "nati per leggere" quali le hanno dato più emozione? «I miei nipoti, che hanno vissuto fin dall'inizio il clima di questa iniziativa e sono sono stati esposti sin da piccoli alla lettura. Non solo hanno la loro piccola biblioteca a cui sono molto affezionati, ma uno di loro, quando aveva quattro anni, ha composto il suo primo libro. Come tutti i bambini che giocano da soli e dopo due ore emergono dalla stanza, lui è uscito esclamando: "Ho fatto il libro!". Lo aveva creato attaccando con lo scotch delle pagine, delle figure, dei ritagli, e aveva fatto anche la rilegatura. Questo è straordinario». Qualche altro episodio? «C'era la famiglia cinese che lasciava il bambino davanti alla tv: nel corso di una visita a domicilio il pediatra apre un giornale trovato lì, il bambino guarda ed è attratto dalle figure. Il pediatra ritorna dopo un mese e scopre che i genitori sono andati in biblioteca e si sono procurati alcuni libri. A Trieste la Quarantotti Gambini è molto attiva, offre una grande scelta di libri per bambini, anche in lingue diverse. Ora abbiamo un piccolo progetto sulla comunità rumena. Una giovane ricercatrice ha studiato le abitudini di lettura nelle giovani coppie rumene a Trieste e ha verificato che queste famiglie, un po' perché stremite dall'immigrazione e un po' perché di provenienza sociale medio-bassa, non leggevano mai. In questo caso la lettura diventa particolarmente importante sia per l'acquisizione della lingua italiana che per la valorizzazione della lingua madre. Può essere un passo avanti nei processi di integrazione, nel riconoscimento della ricchezza di entrambe le identità, perché il bambino ha tanta più fiducia in se stesso quanto più sa di avere due buone identità, quella di partenza e quella di arrivo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA