Julian Assange si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e ha chiesto asilo politico: lo ha comunicato il ministro degli esteri dell’Ecuador Ricardo Patino, precisando che la richiesta dell’ideatore di Wikileaks è allo studio. Patino ha reso noto che Assange ha inviato una lettera al presidente Rafael Correa, in cui, tra le altre cose, assicura che è in atto «una persecuzione» nei suoi confronti, per cui si vede appunto costretto a chiedere l’asilo politico. L’Australia «mi ha di fatto abbandonato» e «sta ignorando l’obbligo di proteggere un loro cittadino perseguitato politicamente», scrive infatti Assange nella lettera, chiedendo asilo politico al paese. Le autorità australiane «mi lasceranno alla mercè della costituzione di un Paese straniero, che applica la pena di morte per il reato di spionaggio e tradimento». KANO Almeno 34 persone sono rimaste uccise in scontri tra polizia e presunti fondamentalisti islamici nella città di Damaturu, nord est della Nigeria. Lo riferiscono fonti ospedaliere. «Abbiamo almeno 34 cadaveri nell’obitorio», ha detto un funzionario dell’ospedale precisando che il bilancio potrebbe aumentare. Secondo il colonnello Dahiru Abdussalam, gli scontri a Damaturu sono cominciati dopo la reazione da parte di militanti islamici al tentato arresto di un membro della setta di Boko Haram, il gruppo terroristico che ha rivendicato tutti gli ultimi attentati contro le chiese cristiane in Nigeria e gli attacchi alle forze dell’ordine del paese. Il capo della polizia locale riferisce anche di tre morti e quattro feriti tra gli agenti. Intanto, gli abitanti della città restano chiusi nelle loro case dopo l’imposizione del coprifuoco di 24 ore. Vertice straordinario del governo nigeriano con generali e massimi responsabili della sicurezza nazionale. A presiederlo nella capitale Abuja è stato il vice presidente, Namadi Sambo. Il capo dello Stato, Goodluck Jonathan, è infatti partito per il Brasile dove parteciperà alla conferenza Onu di Rio sullo sviluppo sostenibile. L’opposizione nigeriana ha attaccato molto duramente la partenza di Jonathan in un momento molto delicato sul fronte della sicurezza nazionale. ANKARA In una delle aree già più calde del pianeta fra Turchia, Iran, Siria e Iraq, si riaccende con prepotenza anche la crisi del Kurdistan turco: in una breve ma violenta battaglia attorno all’avamposto turco di Yesiltas, nella provincia di Hakkari, sono morti ieri mattina 8 militari di Ankara e 10 ribelli curdi del Pkk, il movimento armato indipendentista, e almeno altri 16 soldati sono stati feriti. Nel pomeriggio le truppe di Ankara hanno continuato la rappresaglia e altri 8 militanti curdi sono rimasti uccisi. Sono gli scontri più sanguinosi da mesi nella trentennale crisi del Kurdistan turco, che ha già fatto oltre 40mila morti. Secondo le autorità turche con ogni probabilità i miliziani del Pkk sono giunti prima dell’alba dalle loro basi nelle montagne del nord dell’Iraq, ora sotto controllo curdo-iracheno e hanno attaccato tre postazioni di un avamposto dell’esercito a Yesiltas. L’assalto, con lanciagranate e armi automatiche, è stato micidiale. Otto soldati sono stati uccisi, 16 feriti. «Erano superiori in numero e armamento» ha spiegato il vicepremier turco Bulent Arinc. Il contrattacco, scattato poco dopo, con truppe a terra e elicotteri d’assalto, secondo l’ufficio del governatore di Hakkari è costato la vita a 10 miliziani curdi che stavano ripiegando verso l’Iraq. Il bagno di sangue di Yesiltas arriva in una fase di tensione crescente lungo il confine con Iraq e Siria fra forze turche e Pkk, che ha già fatto diversi morti dall’inizio dell’anno. Questo mentre ad Ankara si intensificano i contatti fra le principali formazioni politiche nella ricerca di una via d’uscita politica al conflitto. Il premier islamico nazionalista Recep Tayyip Erdogan e il capo dell’opposizione socialdemocratica hanno tenuto un vertice 10 giorni fa per studiare una strategia comune. Due giorni dopo Erdogan ha annunciato che dall’anno prossimo nelle scuole turche sarà possibile scegliere il curdo quale seconda lingue per sei ore la settimana. Un gesto definito «storico» dal premier. Ma certo non sufficiente. Altri segnali sembrano indicare però che qualcosa forse si sta muovendo dietro le quinte. La deputata curda Leyla Zana, simbolo della lotta per l’autonomia del Kurdistan, premio Sakharov per la libertà di pensiero dell’Europarlamento, nei giorni scorsi si è detta convinta che Erdogan riuscirà a risolvere la questione curda. Il premier ha risposto dichiarandosi pronto a incontrarla mentre il vicepremier Arinc non ha escluso un possibile trasferimento del capo del Pkk Abdullah Ocalan - che sconta l’ergastolo nell’isola carcere di Imrali - agli arresti domiciliari se ci sarà un processo di rinuncia alla violenza da parte del movimento armato.