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L’utility del Nordovest paga pegno al debito e al cambio delle giunte

MILANO Nel complesso risiko delle multiutility che vede AcegasAps protagonista su due tavoli paralleli di trattativa per un’aggregazione, le nozze con Iren, il gruppo nato nel 2010 dalla fusione fra le municipalizzate Iride (Torino e Genova) ed Enia (Parma, Piacenza e Reggio Emilia), avevano fino a poche settimane fa maturato maggiori probabilità di essere celebrate. Non soltanto per l'attivismo di fine 2011 del sindaco di Torino Piero Fassino che, a un passo dal completamento del riassetto in Edison-Edipower, è partito con largo anticipo sui concorrenti, rispolverando il progetto della “multiutility del Nord” e sondando il collega triestino Roberto Cosolini. Ma anche perché, grazie al ruolo pivotale del direttore generale di Iren Andrea Viero, vecchia conoscenza a Trieste dove il manager è stato dg del Comune, la municipalizzata del Nord-Ovest è riuscita a far fruttare i contatti e a strappare al duo Paniccia-Pillon un accordo di riservatezza. L'offerta vantaggiosa che i bolognesi di Hera hanno però appena messo sul piatto (forti anche di una contiguità territoriale che, quando si tratta di multiutility, è quasi una skill irrinunciabile per far fruttare nel breve le sinergie industriali) e le difficoltà di Iren sembra abbiano rilanciato le quotazioni felsinee in terra nordestina. Quotazioni che, ora, starebbero per prendere il volo. Oltre a soffrire della debolezza endemica del settore e cioè governance farraginosa per il forte peso della politica locale, contesto recessivo che porta in dote sia un calo della domanda di energia sia un peggioramento della qualità dei crediti (in particolare quelli corporate) e sia un maggiore sforzo per coprire i fabbisogni finanziari, senza dimenticare l'incertezza sulla regolazione delle tariffe idriche e sui rifiuti, Iren ha un grande male: il debito. Un Moloch da 2,893 miliardi, numero addirittura in crescita nel primo trimestre di quest’anno dai 2,653 miliardi di fine 2011. Voce tanto più preoccupante in una congiuntura negativa e di fibrillazione dei mercati. La società ha infatti appena toccato con mano l'erosione della redditività, contabilizzata, sempre nel primo trimestre, da utili in calo a 55 milioni (da 83,7), palesando un’erosione del capitale circolante che rischia di vanificare i tentativi di riduzione del debito messi in cantiere. Quali? Dismissioni di asset “non core” per 300 milioni, un programma di cartolarizzazione dei crediti (anche qui la cessione non è poi così semplice) e un'operatività minacciata però dalla mancata realizzazione di alcuni impianti. Delle difficolà di Iren, la Borsa se n’è accorta da un anno: negli ultimi 12 mesi, il titolo ha perso quasi il 75% del valore, con un'escalation nelle due settimane post elezioni amministrative che hanno messo in fuga gli investitori (-24%). La recente tornata elettorale ha infatti cambiato il colore delle giunte di Parma, Genova e Piacenza, eleggendo come sindaco, in due casi su tre, esponenti di schieramenti politici non tradizionali: Marco Doria di Sel a Genova e il grillino Federico Pizzarotti a Parma che sulle tematiche energetiche e ambientali hanno tutto un loro dogma. Già prima a Torino qualcuno non ha mai smesso di storcere il naso per una fusione che non ha ancora generato una vera e propria integrazione, ad aprile poi si è consumato un duro scontro fra l'anima ligure-piemontese e quella emiliana sulla politica dei dividendi e delle remunerazioni dei manager, e ora il Movimento 5 Stelle vuole mandare in soffitta la costruzione dell'inceneritore di Parma (con Reggio Emilia che minaccia ritorsioni). Insomma, uno spettro politico che si è fatto più complesso e che, agli occhi di Piazza Affari, significa soltanto una cosa: stallo strategico. Condizione che certo non aiuta a rimettere in carreggiata i fondamentali finanziari.(s.c.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA