03 giugno 2012 —
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sezione: Attualità
di Piercarlo Fiumanò wINVIATO A MILANO Dopo dieci anni finisce l'era di Giovanni Perissinotto al vertice delle Generali. Il ribaltone si è compiuto. A Trieste arriva Mario Greco, top manager di profilo internazionale oggi ai vertici della svizzera Zurich Insurance. Per sfiduciare il capo azienda del gruppo triestino sono bastate tre ore. Perissinotto, amministratore delegato dal 2001, dovrà abbandonare tutte le deleghe e il suo ruolo di capo azienda. Manterrà invece, a sorpresa, il posto di consigliere. La sua uscita di scena è l'epilogo di una turbolenza ormai insostenibile nei rapporti fra il top manager triestino, Mediobanca e il gruppo dei soci guidato da Leonardo Del Vecchio e Lorenzo Pelliccioli. Lo stesso esito del voto è stato la rappresentazione di una decisione molto sofferta. Pelliccioli ha escluso «complotti» e parlato di «una decisione difficile che apre grandi prospettive per Generali in linea con le sfide dei mercati». Erano presenti sedici dei diciassette consiglieri del gruppo (assente Reinfried Pohl). La mozione di sfiducia è stata votata da dieci consiglieri, cinque hanno votato contro e uno si è astenuto (l'ad Sergio Balbinot). Della Valle, contrario alla sfiducia, ha annunciato le dimissioni dal cda. Il consiglio ha deliberato di proporre a Greco la nomina a direttore generale e Group Ceo, le stesse cariche che aveva Perissinotto. Resta da capire se l'arrivo di Greco comporterà in futuro modifiche agli assetti di vertice considerata l'anomalia di due direttori generali alle Generali (l'altro è Raffaele Agrusti che è anche Cfo, capo della finanza). A Trieste arriva così per la prima volta un manager di alto profilo esterno al gruppo che potrebbe anche preludere a una semplificazione dell'assetto di comando. Si vedrà dopo l'arrivo di Greco annunciato a breve. Fino a quel momento sarà Galateri a coprire le deleghe di Perissinotto. Finisce così la parabola del capo azienda del Leone che ha dovuto guidare il gruppo nel mare agitato della tempesta finanziaria di questi anni. Una vera e propria svolta dove nel mirino è finita una gestione del gruppo considerata dai soci dissidenti deludente sul piano gestionale e penalizzante verso il titolo. Perissinotto nella sua lettera ai consiglieri aveva rivendicato la necessità di garantire stabilità al gruppo attaccando le invasioni di campo di Mediobanca. E aveva difeso i risultati gestionali della compagnia sottolineando il suo ruolo cardine anche in difesa del Sistema Italia. Ma non è bastato. Il deludente andamento del titolo ha fatto il resto. Favorevoli alla sfiducia hanno votato i due rappresentanti di Mediobanca (Claudio De Conto e Clemente Rebecchini), il presidente di Generali Gabriele Galateri, il vicepresidente francese Vincent Bollorè (già sul fronte avverso al manager triestino ai tempi della defenestrazione di Cesare Geronzi), l'altro vicepresidente Francesco Gaetano Caltagirone, il patron della De Agostini, Lorenzo Pelliccioli (regista della sfiducia assieme a Leonardo Del Vecchio), Paolo Scaroni, Angelo Miglietta, e due dei tre indipendenti espressione dei fondi (Cesare Calari, Paola Sapienza). Cinque i contrari: oltre allo stesso Perissinotto, Diego Della Valle, il socio ceco Peter Kellner (che ha partecipato in videoconferenza), Alessandro Pedersoli e l'indipendente Carlo Carraro. Il board ha imposto l'uscita di scena del top manager «in ragione dell'esigenza di operare una iniziativa di discontinuità gestionale». Al termine del cda il patron della Tod's, Diego Della Valle, ha fatto dichiarazioni infuocate annunciando le dimissioni dal consiglio del Leone già da lunedì: «Non ero d'accordo su quello che si voleva fare sia nella forma sia nella sostanza». Per Della Valle «si poteva fare tutto meglio, preservando l'immagine della società e del nostro Paese che in questi momenti hanno bisogno di attrarre investitori e non di preoccuparli». A Perissinotto, che era anche direttore generale , sono stati revocati i poteri di amministratore delegato e Group Ceo, esattamente quel profilo di alto comando che il manager si era conquistato dopo l'estromissione dalla presidenza di Cesare Geronzi un anno fa. Ha vinto così, a prezzo dell'ennesimo ribaltone a Trieste, la linea imposta da un grande socio industriale come Leonardo Del Vecchio che anche alla vigilia del cda aveva attaccato pesantemente le capacità gestionali del manager invocando un ricambio urgente che di fatto è avvenuto a neppure dieci mesi dalla scadenza del mandato. Perissinotto ha difeso la sua gestione decennale fino all'ultimo e in campo aperto. Le tensioni si erano già manifestate alla vigilia dell'assemblea dei soci di fine aprile con una infuocata intervista di Leonardo Del Vecchio, che si era dimesso dal cda delle Generali a fine 2011 invitando senza mezzi termini Perissinotto alle dimissioni. La resistenza del manager ha messo a a nudo la fragilità del board della più grande realtà finanziaria del Paese, ormai diviso su fronti contrapposti. Non restava che arrivare al redde rationem. ©RIPRODUZIONE RISERVATA