di Natalia Andreani wROMA «Avevano messo nel conto una strage». Alle sette di sera il capo della polizia Antonio Manganelli dice che una pista privilegiata ancora non c’è. Volevano colpire la scuola, questo è certo. Forse la sola cosa per ora certa, dicono gli investigatori del Viminale partiti per Brindisi. Indagini a 360 gradi dunque, anche se alcune ipotesi, come il gesto isolato di un folle o il movente passionale, sembrano già scartate. Più accreditate le piste legate agli affari della criminalità organizzata. L’attenzione degli inquirenti che ancora non danno una lettura precisa dell’attentato è concentrata sui rilievi compiuti dalla scientifica. Tra i resti polverizzati dell’ordigno le tute bianche avrebbero individuato anche un minuscolo frammento di circuiti elettrici compatibili con un innesco da azionare a distanza. Di una bomba «probabilmente» fatta esplodere con un telecomando ha parlato ieri sera anche il presidente del Copasir Massimo D’Alema: «E’ difficile dare una matrice. Ma dietro all’attentato c’è una organizzazione. Sono state portate le bombole davanti alla fermata del bus, c’è l’innesco, l’attivazione e la bomba, se verrà confermata l’ipotesi del telecomando, viene fatta esplodere proprio quando arriva il bus da Mesagne. A Mesagne c’è stata una grande mobilitazione civile contro la mafia del luogo». Ma la mafia stragista si caccia in un vicolo cieco, dice la storia. «Bisogna domandarsi a chi giova» e magari immaginare che la mafia non c’entra», ha detto il pm della Dda di Brindisi, Cataldo Motta, dopo una prima riunione con gli investigatori. La scuola intitolata a Falcone, l’arrivo in città della carovana della legalità potrebbero essere «solo coincidenze», ha aggiunto il magistrato spiegando che in questo momento le organizzazioni criminali locali sono alla ricerca di consenso e non vogliono autodanneggiarsi». E allora? Allora «è terrorismo puro», incalza il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso accorso a Brindisi. Terrorismo che al momento non ha però nessun atto di rivendicazione. L’attentato non ha peraltro alcun tipo di elemento in comune con le azioni delle vecchie Br e nemmeno con quelle dei terroristi neri. A dire il vero, ragiona un investigatore, «non ha nulla in comune nemmeno con le stragi di mafia che non ha mai messo nel target una scuola al suono della campanella e che anche quando ha messo in conto vittime civili - la tentata strage allo stadio Olimpico - aveva nel mirino i carabinieri in servizio d’ordine. Il target, invece, qui sono stati i ragazzi di Mesagne che frequentano l’istituto professionale. Dunque le indagini ripartono dall’ordigno, da quelle tre bombole di Gpl collegate tra loro e fatte esplodere alle 7.45 anche se il timer risulterebbe bloccato sulle 7.55, dieci minuti più tardi. L’attentato, dice chi indaga, è stato piuttosto sofisticato e certamente non portato a termine da un sola persona, ma da un commando che ha pianificato l’azione. Un dettaglio, quest’ultimo, che rilancerebbe la pista dell’eversione interna e di un attentato per certi aspetti ricollegabile alla gambizzazione di Adinolfi . Sono in corso verifiche sugli orari di arrivo a scuola degli autobus che si susseguono al mattino; si controlla se tra i passeggeri abituali possano esserci obbiettivi per così dire sensibili. Non si esclude nemmeno la possibilità che chi ha colpito abbia commesso un errore nei tempi. Ma una pista investigativa, per ora soltanto ipotetica, porta anche sulla sponda montenegrina dell’Adriatico e guarda agli affari della criminalità organizzata internazionale. In realtà le indagini sull’attentato a Brindisi per ora «non consentono assolutamente di pronunciarci» sulla sua matrice, ha sottolineato ieri sera il presidente del Consiglio, Mario Monti. Che ha aggiunto: «Ciò che speriamo è di non vedere più in Italia eventi eversivi». ©RIPRODUZIONE RISERVATA