Se Galileo tornasse in cattedra dovrebbe insegnare ai ragazzi utilizzando la lingua inglese?

yy Una collezione di parole per continuare a vivere Le parole sono il mondo di Tochtli, il bambino protagonista di un romanzo affascinante scritto dal messicano Juan Pablo Villalobos, che adesso Einaudi pubblica con il titolo "Il bambino che collezionava parole" (pagg. 78, euro 10) nella traduzione di Thais Siciliano. Il bambino che colleziona parole è il figlio del re del narcotraffico in Messico. Non ha una madre, ad affiancarlo c'è solo uno stravagante istitutore. E poi il suo mondo privato: fatto di parole difficili, cappelli, animali in via di estinzione. Oggetti e cose che gli servono per inventarsi un orizzonte. di MICHELE A. CORTELAZZO Il 27 aprile si è tenuto all'Accademia della Crusca una tavola rotonda sul tema "Quali lingue per l'insegnamento universitario?". Il tema è di scottante attualità dopo che il Politecnico di Milano ha deciso che dal 2014 tutti i corsi delle sue lauree magistrali si terranno in inglese. A favore della decisione del Politecnico si è subito espresso il Ministro dell'Istruzione, Francesco Profumo; ma si è anche formata una cospicua e combattiva minoranza, all'interno stesso dell'Università milanese, che si oppone alla decisione: tra questi anche il Preside della Scuola di Architettura e società, che non può essere considerato un nazionalista o un passatista, dato che da anni insegna in inglese (ma un conto è inserire nel curriculum dei corsi in inglese, un conto è tenere tutti i corsi in inglese). Per tutto questo, l'Accademia della Crusca ha dato prima di tutto la parola al Rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, che ha dato prova di una grande capacità retorica nell'argomentare le ragioni che hanno spinto la sua Università a percorrere questa strada. Una strada presentata come frutto di un articolato progetto formativo, ma che a me sembra invece un'ottima operazione di marketing giocata sul mercato internazionale degli studenti. Le ragioni addotte dal prof. Azzone sono state sostanzialmente due: l'uso dell'inglese da una parte favorisce l'aumento della quota di studenti stranieri che si iscrivono in quella Università, e conseguentemente permette agli studenti italiani di confrontarsi già nel periodo degli studi con coetanei di diversa provenienza e cultura, dall'altra forma studenti italofoni in grado di operare sul mercato internazionale, venendo così incontro alle richieste non solo delle imprese straniere, ma anche delle imprese italiane, comprese quelle medie e piccole. È stata scartata l'ipotesi di riservare l'uso dell'inglese solo ad alcuni corsi, per evitare che si creino corsi di serie A e di serie B (ma poi, se ho capito bene, il Rettore è scivolato in una brutta argomentazione, dicendo che nel raggio di pochi chilometri ci sono altre Università che insegnano in italiano, ragion per cui non si toglie il diritto allo studio a nessuno: ma allora si creano le Università di serie A e di serie B!). All'intervento del Rettore Azzone hanno fatto seguito numerosi altri interventi di linguisti, italiani e stranieri, e di scienziati, nella quasi totalità cortesemente critici rispetto a una politica di monolinguismo inglese come quella propugnata da Azzone. Personalmente, le posizioni dei critici mi hanno convinto di più delle ragioni, sia pure abilmente argomentate, del Rettore del Politecnico. Le obiezioni addotte dai critici sono di ordine giuridico (un'imposizione del genere andrebbe contro ad almeno un paio di articoli della Costituzione, il 3, sull'eguaglianza dei cittadini e il 33, sulla libertà di insegnamento), di ordine sociale (si favorirebbero gli studenti dei ceti più alti e delle zone più avanzate del Paese, facendo dell'Università uno strumento per accentuare il divario tra fasce sociali, invece di favorirne la mobilità), di ordine linguistico (quanto ricco è l'inglese che sanno usare i docenti e quanto lo è quello di cui sono in grado di appropriarsi gli studenti?), di ordine culturale (c'è il rischio di ridurre nel tempo l'italiano a un dialetto privo di funzioni alte, ma soprattutto c'è il rischio di creare uno iato sempre più profondo tra le modalità linguistiche, e quindi anche cognitive, attraverso le quali si formano tecnici e scienziati e quelle attraverso le quali si divulgano e si applicano nella società i saperi e le conoscenze apprese). Infine, è stato notato che nei paesi, per es. del Nord Europa, nei quali l'insegnamento in inglese è in vigore da anni, si stanno valutando con preoccupazione, anche tramite studi pubblicati in prestigiose riviste internazionali, i danni che tale politica ha comportato. Per quel che mi riguarda, avrei chiesto volentieri al Rettore Azzone, che purtroppo si è trovato nella necessità di allontanarsi dall'Accademia della Crusca prima della fine del dibattito, alcune cose, anche scortesi, forse, se non nella forma, certo nella sostanza. Per prima cosa gli avrei chiesto se ritiene che i portatori di interesse di cui una Università pubblica deve tenere conto siano solo le imprese, quelle che amano avere dipendenti formati in inglese, o non sia anche la società in generale (quella che paga la gran parte del costo di uno studente), con le sue esigenze di avere laureati fortemente preparati sul piano tecnico, ma anche capaci di interagire con i normali cittadini sui temi della loro specializzazione. Poi gli avrei proposto uno scenario fantasioso, ma indicativo: supponiamo che un moderno Galileo insegnasse, in italiano, in una nostra Università: non pensa che molti studenti stranieri cercherebbero di iscriversi in quella Università, anche a prezzo di imparare l'italiano, pur di riuscire a venire a contatto con il sapere geniale del redivivo Galileo? E ancora: non pensa che in una classe che interagisce in inglese in assenza di parlanti di madrelingua inglese (sia tra i docenti sia tra gli studenti) sia giocoforza appiattire la profondità argomentativa dello scambio educativo, atrofizzando le capacità espositive, argomentative e dialettiche dei laureati? Infine gli avrei lanciato una sfida: organizzi una valutazione, al momento dell'ingresso alla magistrale, delle capacità testuali e argomentative degli studenti, in inglese e nella rispettiva lingua materna. Poi ripeta la valutazione in uscita; e, almeno per gli studenti italofoni, conduca la stessa indagine su classi di studenti di altre Facoltà di Ingegneria che seguono corsi in italiano, e su classi di studenti che seguono alcuni corsi in italiano e alcuni corsi in inglese. Si potrà così verificare se c'è stato un miglioramento o un peggioramento delle capacità di ragionamento e di argomentazione dei tre gruppi. Solo allora potremo dire, sulla base di verificati dati empirici e non sulla base di entusiasmi o scetticismi, individuali e di gruppo, se il monolinguismo inglese in una Università di un paese non anglofono è uno strumento di efficacia educativa o solo un patetico segnale di provincialismo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA