di Maria Cristina Vilardo wTRIESTE Annullato in febbraio, arriva al Teatro Bobbio “Il catalogo-Aide mémoire” di Jean Claude Carrière con Ennio Fantastichini e Isabella Ferrari, per la regia di Valerio Binasco. Ultimo spettacolo del cartellone della Contrada, debutta oggi, alle 20.30, e si replica domani alle 20.30 e sabato alle 16.30. Jean-Claude Carrière è scrittore, poeta, saggista, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico e televisivo. Ha legato il suo nome a grandi registi, come Luis Buñuel e Jacques Tati, ma anche Peter Brook, Andrzej Wajda, Milos Forman, Louis Malle, Volker Schlondorff. Intervistato nella sua casa a Parigi da Mikael Colville-Andersen il 26 ottobre 1999, Jean-Claude Carrière raccontò di aver imparato da Jacques Tati a osservare la realtà che ci circonda, annotando frasi, voci, gesti e conversazioni delle persone che si muovono nelle strade, nei bar, nei caffè e sul metrò. Buñuel, invece, gli insegnò a usare l’immaginazione per guardare profondamente dentro se stessi. Sono le parole di Valerio Binasco a delineare, nelle note di regia, il clima della commedia. «Tutto si gioca - scrive - nel dialogo tra un solo uomo e una sola donna. Potremmo anche, forse, posporre l’aggettivo, e sono sicuro che non sbaglieremmo: Carrière ha scelto due persone tremendamente sole. Sole senza neppure essersene accorte. Le fa incontrare nel momento in cui la loro vita sembra ormai assuefatta a tanta solitudine. Personaggi tanto distanti – lei è una disordinata ed evanescente, ragazza “con la valigia? alla Prevert, tenera e folle – lui un Don Giovanni che nella vita “diurna” fa il consulente legale, mimetizzandosi con l’umanità più normo-razionale che ci sia - potevano incontrarsi solo in forza di un equivoco». Entrando nella casa di Jean-Jacques, Suzanne porta alla luce un suo taccuino, il catalogo a cui allude il titolo, l’inventario delle sue conquistate femminili. Quel taccuino, suggerisce Binasco, rivela che in ognuno di noi c’è qualcosa di magico ed oscuro che ci protegge dalla vita, e forse anche dall’amore. «C'è un mondo segreto, - conclude - meraviglioso e senza colpe, dentro di noi e solo l’amore e il coraggio che l'amore sa donare possono liberarlo. Sembra solo un gioco crudele, ma è un gioco divino. Perché l'amore è un Dio. Un Dio che si nutre delle nostre storie, dei nostri giochi, delle nostre fughe inutili e ci dà in cambio l’unica vera bellezza della vita. Il terribile dio-bambino dell’amore si è certo molto divertito leggendo Il Catalogo». La solitudine di Suzanne non sembra intaccare Isabella Ferrari: «La solitudine non mi spaventa, - dice la protagonista della commedia, - la riconosco come sentimento, non è una cosa concreta. Non sono mai veramente sola, perché ho una famiglia e sono legata ai miei familiari, e poi sono in teatro tutte le sere ormai da un anno e mezzo». Alla fine dello spettacolo l’attrice segnalerà un’iniziativa creata dalla cantante Annie Lennox, all’interno dell’Oxford Committee for Famine Relief, per aiutare le donne del Sud del mondo che vivono in povertà. «È un’organizzazione umanitaria in cui credo, - spiega - e l’incontro con Annie Lennox è stato illuminante. Mi piace l’idea di creare un circolo di donne che, attraverso il loro lavoro, possano aiutare altre donne, non semplicemente con la “charity” ma facendo girare pensieri e anche possibilità organizzative. Le donne che hanno aderito a questo progetto sono tantissime, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in Francia, in America. Ho fatto solo un incontro con loro, organizzato da Annie a Roma, e subito ho voluto rendermi attiva contribuendo a raccogliere fondi durante i miei spettacoli. Alla mia età, avendo avuto tanto dalla vita, come professionista e come donna, sento il bisogno di aiutare le donne che sono meno fortunate. Il fatto di aderire a questa organizzazione umanitaria è anche un modo per trasmettere ad altri tutta l’enorme energia ricevuta in questi anni. È un pensiero un po’ indiano, se vogliamo. Io ho già tutto, non mi serve veramente più niente, voglio dare agli altri quello che ho ricevuto». Isabella Ferrari (che è anche nel cast dell’ultimo film di Woody Allen “To Rome with love”), nel suo percorso artistico, ha potuto spesso affiancarsi a registi di grande spessore. «Le cose sono molto cambiate, - afferma - non so se andranno mai più in quella direzione. In Italia viviamo una crisi enorme, è molto difficile oggi scegliere cosa fare. Gli autori che possono interessare di più a me sono quelli che hanno maggior difficoltà a portare avanti un loro progetto. Quindi io con le unghie e con i denti cerco ancora di fare le cose in cui mi riconosco. Se faccio teatro, in questo momento, è anche per questo. Chiaramente ho imparato moltissimo dai registi. Non avendo fatto scuole particolari, tutto quello che so lo devo a loro, dal punto di vista artistico e umano. Ad esempio mi hanno trasmesso l’importanza del modo in cui stai sul set e del come stai al mondo in questo mondo. Tutto questo è anche legato al proprio talento, viene sviluppato dall’orecchio e dall’occhio del regista che ti sei scelto. Ci sono registi che mi hanno dato più di altri, ho lavorato con registi anche importanti e spero che non sia finita qui. Spero di avere in futuro altre situazioni interessanti». «L’esperienza interiore più significativa - aggiunge - l’ho fatta ora con Valerio Binasco in questo lavoro teatrale che mi ha molto maturato. È vero che ha avuto la sua importanza lavorare con Ferzan Özpetek, ma più che altro per arrivare al suo pubblico. Anche Marco Tullio Giordana è stato essenziale per il lavoro che fa sugli attori. Oppure Ettore Scola o i registi che non hanno un’ossessione sugli attori, li lasciano molto liberi, ce l’hanno però da un punto di vista cinematografico, cioè sanno esattamente dove piazzare una macchina da presa. Penso a Michele Soavi o a mio marito Renato De Maria, con cui ho girato “Distretto di polizia” e “Amatemi”, due lavori che mi hanno altrettanto formato». Di prossima uscita al cinema è il film di Paolo Franchi “E la chiamano estate”, di cui Isabella Ferrari è protagonista con Jean-Marc Barr. Su RaiUno, invece, farà la fiction di Marco Turco sulle case chiuse, “Altri tempi”, con Vittoria Puccini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA