19 gennaio 2012 —
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sezione: Attualità
WASHINGTON Wikipedia listata a lutto e ferma per 24 ore, Google senza logo e decine di siti oscurati: la Rete ha deciso di “scioperare” contro due proposte di legge anti-pirateria in esame al Congresso americano che, a detta di molti protagonisti, pregiudicherebbero la libertà del web. E, nel braccio di ferro con le major americane, proprio la Rete ha già ottienuto un punto: il voto sulla contestata legge, infatti, è stato infatti rinviato. Non se ne discuterà più nei prossimi giorni, ma a fine febbraio, dopo la conclusione dei “ritiri” annuali di democratici e repubblicani. La guerra, però, è tutt’altro che vinta. Ed ecco che sul sito inglese di Wikipedia campeggia il messaggio «Immagina un mondo senza libera coscienza». E ancora: «Per oltre un decennio abbiamo impiegato milioni di ore per costruire la più grande enciclopedia della storia umana. E ora il Congresso Usa sta discutendo una legge che potrebbe danneggiare fatalmente il web libero e aperto. Per 24 ore Wikipedia verrà oscurata». Anche il sito in lingua italiana di Wikipedia esprime solidarietà ai colleghi: «Desideriamo unire la nostra voce al coro di chi chiede che il web possa rimanere libero da censure e limitazioni», si legge in un comunicato. Google, dal canto suo, ha aderito alla causa coprendo con una barra scura il logo presente sull’homepage Usa. In sciopero per 12 ore, tra gli altri, anche Mozilla, Worldpress, TwitPic e BoingBoing. Solidarietà da Michael Moore. Le due proposte di legge all’esame del Congresso sono lo Stop Online Piracy Act (Sopa), di matrice repubblicana, e il Protect Ip Act, di iniziativa democratica. Entrambe prevedono un giro di vite contro la pirateria oniline, inclusa la pubblicazione di foto, video film e serie tv in violazione del diritto d’autore. I testi sono spalleggiati dalle etichette discografiche e da Hollywood, oltre che dalla Camera di Commercio Usa. Se approvate, lo streaming di contenuti veicolati dal diritto d’autore diventerebbe un reato. I titolari di copyright potrebbero agire direttamente per impedire la diffusione dei contenuti protetti, ottenendo la chiusura dei siti incriminati. E verrebbero colpiti anche i motori di ricerca e i provider che consentano l’accesso ai siti “canaglia”. Lo scorso mese i fondatori di Google, Twitter, Wikipedia, Yahoo e altri giganti della rete avevano scritto una lettera aperta per denunciare che la nuova legge avrebbe concesso al governo Usa poteri «simili a quelli utilizzati in Cina, Malaysia e Iran». E il direttore del settore Public policy di Google, Bob Boorstin, aveva messo in guardia sui possibili effetti devastanti delle norme anti-pirateria: «YouTube verrebbe oscurato immediatamente. Non potrebbe più funzionare», aveva avvertito il manager di Google. Nuova scossone intanto in casa Yahoo!. Il co-fondatore di Yahoo!, Jerry Yang, ha lasciato il motore di ricerca, tagliando i legami con la società che ha fondato insieme a David Filo nel 1995. L’annuncio è arrivato mentre Yahoo! è impegnata a rivedere le proprie alternative strategiche, fra le quali la vendita, in blocco o parziale, degli asset asiatici. Yang si è dimesso anche dai consigli di amministrazione di Yahoo! Japan e Alibaba. Wall Street ha festeggiato la sua uscita e premiato il titolo Yahoo! che, nelle contrattazioni after-hour, ha guadagnato fino al 4,3%. «È arrivato il momento per me di perseguire interessi al di fuori di Yahoo!» afferma Yang in una nota, dichiarandosi «contento della scelta di Scott Thompson come amministratore delegato: le sue capacità insieme alla squadra di management della società, guideranno Yahoo! in un brillante futuro». Yang è stato membro del consiglio di amministrazione dal marzo 1995 e poi è stato amministratore delegato della società dal giugno 2007 al gennaio 2009, quando Yahoo! ha respinto l’offerta di acquisto da 47,5 miliardi di dollari avanzata da Microsoft. Yang è stato sostituito da Carol Bartz. Yahoo! è ancora proprietaria di alcune delle più popolari destinazioni Web, quali l’home page Yahoo.com, Yahoo Mail e siti sportivi e di intrattenimento.