Quando il filosofo si trasforma in un dispensatore di idee che aiuta a fuggire dall'infelicità

di Mary B. Tolusso Difficoltà di comunicazione? Ricerca di un significato da appiccicare al mondo? Oggi potete consultare privatamente un filosofo in nome della "Philosophische Praxis". Ovvero uno studio professionale nel quale discutere con lui di difficoltà esistenziali di ogni genere, da affrontare con modalità proprie della filosofia. Questa almeno è la definizione che ne dà l'inventore Achenbach e poi Neri Pollastri, il più noto consulente filosofico del momento in Italia. Vengono un po' in mente quei poeti contemporanei che, delusi dalla perdita di una dimensione sociale, prestano la poesia alla musica per comunicare con esibizioni da performer. La poesia, insomma, diventa qualcos'altro. E la filosofia? Se è vero che il consulente filosofico non vuole essere confuso con uno psicoterapeuta, non si capisce dove incasellare questi "colloqui" con persone in difficoltà esistenziali. Ed è proprio qui che la filosofia entra in campo nella sua più semplice accezione: attivare un pensiero critico. Perché imparare a pensare fa vivere meglio. Ma è possibile farne una professione? «Il punto è che se diventasse una vera professione l'elemento filosofico sarebbe destinato a sbiadire», dice Pier Aldo Rovatti, direttore dell'Osservatorio critico sulle pratiche filosofiche. Il suo Osservatorio ha proprio il compito di rivitalizzare l'elemento filosofico. Una delle iniziative in atto dallo scorso anno, attiva al Club Zyp, sono i cicli seminariali, una specie di corsi di formazione per consulenti. Ma perché una persona afflitta da problemi dovrebbe scegliere un filosofo? «Per esempio perché in questo modo – dice Rovatti – un individuo non si sente un "paziente", non c'è odore di terapia». Oltre al fatto che se decidete di darvi a queste sedute non sarete obbligati a praticarle per 5 anni, né a sdraiarvi su un lettino. Ce lo racconta anche Aldo Castelpietra, triestino, che ha conseguito il Master in counseling filosofico all'Università di Torino: «Come insegnava Wittgenstein – dice – la difficoltà di un approccio filosofico non sta tanto nel linguaggio, ma nel fatto che implica un cambiamento della visione del mondo. E questo non è facile». Effettivamente cambiare i codici in un'epoca individualista è piuttosto difficoltoso. Però facciamo un passo indietro. Di cosa si lamentano i consultanti? Perché non è affatto la stessa cosa affliggersi per la vacuità del mondo o investirsi invece nella filosofia per rappezzare il proprio personale e indigeribile malessere: «Le questioni solitamente affrontate sono la solitudine, la difficoltà di comunicazione». Il solito prezzo che il dottor Freud ci aveva annunciato: nevrosi in cambio di civiltà. Solo che a guardarla da questa prospettiva, cioè da quella di una seduta con un consulente filosofico, si potrebbe anche pensare a uno spostamento di analisi, non è tanto il mio io a essere esaminato, ma il mondo, forse più il mondo che il mio io e capendo quindi i meccanismi del mondo ecco che imparo a difendermene. «Però attenzione alla filosofia sapienziale», osserva un altro esperto, Tiziano Possamai, autore di "Consulenza filosofica e postmodernità" (Carocci). Possamai si è dato alle pratiche per quattro anni e pare proprio il consulente ideale, quello che ascolta e mette in dubbio ogni ruolo: «All'interno delle sedute il lavoro critico deve essere continuo, dove forse emerge che il filosofo è un consultante, più che un consulente, portato com'è a chiedere e a chiedersi». È un po' quello che afferma Rovatti quando parla di una filosofia che non può curare altro che se stessa, in modo da disinfettarsi dalla presunzione di spacciare idee: «Non è quello il filosofo che vorremmo incontrare lì dentro – dice Rovatti – ma quello in grado di allargare le nostre prospettive senza appellarsi a una verità». E Aldo Castelpietra sintetizza così: «Il consulente filosofico è un po' come il commercialista che ti fa pagare meno tasse, si cerca insomma di far sborsare meno in termini di stupidità e infelicità». Un pochino di intento terapeutico c'è, un cambiamento che serva a stare meglio, una variazione che dovrebbe darci un senso, ma la richiesta procede in modo inverso rispetto ad altri metodi. Destabilizzarsi al posto di rassicurarsi: d'altra parte non si vede come uno sguardo filosofico potrebbe agire diversamente. Insomma, siate un po' più critici, siate un po' meno infelici… ©RIPRODUZIONE RISERVATA