Torna il caso Rapotez, quando la giustizia è ingiusta

di ROBERTO SPAZZALI Il 16 settembre 1946, a Chiampore, vicino a Muggia, si consuma un efferato delitto: il gioielliere Giusto Trevisan, la fidanzata Livia Ravasini e la domestica Pia Edvige Odoncini vengono trovate in un villino a poca distanza dalla linea di demarcazione, legati e finiti con un colpo d'arma da fuoco alla testa. La divisione investigativa delle forze di polizia della Venezia Giulia compie una prima serrata indagine ed individua alcuni sospetti ma tutti gli elementi raccolti non saranno mai sufficienti per formulare una incriminazione effettiva. Erano anni di grave imbarbarimento e la società faceva fatica ad uscire dal clima di guerra, soprattutto a Trieste. In tale groviglio di tensioni il delitto Trevisan risultò insoluto e venne archiviato. Otto anni più tardi, appena ritornata l'amministrazione italiana, il questore Carmelo Marzano ordinava di riesaminare tutte le indagini insolute con il preciso intento di dimostrare che gli organi investigativi intendevano rappresentare fino in fondo un'Italia decisa ed efficiente in grado di "rimettere le cose a posto". Così riprendono le indagini sul delitto Trevisan e nel gennaio 1955 giungono ad una prima svolta con nuove rivelazioni e l'interrogatorio di undici persone, quasi tutte comunisti ed ex partigiani. L'ipotesi è che quel delitto ed altri fatti criminali fossero riconducibili ad una banda armata mimetizzata nella sezione di Chiampore del Partito comunista della regione Giulia, allora schierato su posizioni filo jugoslave. In quelle nuove deposizioni usciva il nome di Luciano Rapotez, nota figura di operaio muggesano, comunista ed ex partigiano, e da lì iniziava il calvario suo e dei suoi compagni di sventura. Arrestato e detenuto in regime di isolamento per 53 giorni per fargli confessare ciò che non aveva mai fatto, fu sottoposto a vessazioni e torture nei locali della questura di Trieste, praticate da alcuni uomini della squadra mobile diretta da Giovanni Grappone. Assolto appena nel 1960 assieme a Bruno Braini in tutti i gradi di giudizio ma con la famiglia distrutta e costretto emigrare in Germania dove ha ricostruito la sua esistenza, Luciano Rapotez si è impegnato dalla fine degli anni Settanta in una lunga battaglia civile per ottenere un risarcimento per la detenzione e le torture subite. Una battaglia poi continuata sul piano di un diritto negato che purtroppo non ha trovato soddisfazione. Il caso Rapotez viene ora riesaminato in un volume curato da Gloria Nemec ("La giustizia e la memoria. Luciano Rapotez, un caso giudiziario del dopoguerra", Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, pp. 205, euro 18) che comprende un ampio saggio di inquadramento storico della curatrice, un intervento dell'avvocato Alessandro Giadrossi e un'appassionata intervista con Luciano Rapotez. Oggi alla sala Millo (Muggia) alle 17 il volume sarà presentato da Nerio Nesladek, Laura Marzi, Gian Carlo Bertuzzi, Anna Maria Vinci, Nereo Battello, alla presenza di Gloria Nemec e Luciano Rapotez. ©RIPRODUZIONE RISERVATA