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RISCHIO TERREMOTO PER IL PDL

FRANCESCO JORI C'è chi l'aveva preannunciato con qualche giorno di anticipo: il 12 maggio, per la precisione, intorno alle 18, Milano sarebbe stata colpita da un terremoto, con epicentro in corso Lodi. Si trattava in realtà solo della burla di un blogger mosso dall'atavica difficoltà di riuscire a parcheggiare l'auto in quella via. Ma inconsapevolmente anticipava quello che quattro giorni più tardi, la sera del 16, si sarebbe rivelato un sisma politico: per la prima volta nella storia della seconda Repubblica, e considerando tutti i tipi di elezioni, il centrosinistra in città riusciva a sorpassare il centrodestra.C'era rimasto sotto di 22 punti alle politiche '94, quelle dell'esordio di Berlusconi, all'epoca alleato con Bossi e Fini; lo scarto massimo era stato di ben 32 punti alle comunali del '97; in ogni caso il centrodestra aveva sempre rastrellato più consensi, quasi sempre ottenendo la maggioranza assoluta. La sera del 16 maggio, Pisapia invece aveva distanziato la Moratti di 6 punti e mezzo, e di 42.461 voti. E' da qui che bisogna partire per cercare di capire se la sera di lunedì prossimo, dopo lo scrutinio del ballottaggio, la scossa di due settimane fa diventerà un terremoto da gradini alti della scala Richter della politica. Paradossalmente, a decidere sarà soprattutto chi non deciderà, vale a dire gli astensionisti. Il 15 e 16 maggio, sono stati 111mila i milanesi rimasti a casa, rispetto alle politiche 2008 (dove lo scarto a favore del centrodestra era stato di 9 punti), penalizzando con tutta evidenza la Moratti. Per il sindaco uscente sarà un sesto grado colmare il divario patito in primo turno e mobilitare i dispersi: se il popolo dell'astensione non si darà una mossa, non le basterebbe per ipotesi (fantascientifica) neppure fare il pieno dei voti del terzo polo (36.471). L'esperienza inoltre insegna che l'elettorato leghista, quando non c'è un proprio esponente in gara, tende a disertare i ballottaggi. E non si può certo dire che il Carroccio, Bossi in testa, si sia affannato a dare una mano alla Moratti in queste due settimane. Ancor peggio ha fatto Berlusconi, accusandola senza giri di parole di essere un candidato debole (ma non l'aveva scelta e supportata lui?), e spiegando che solo di un'elezione amministrativa si tratta, malgrado l'abbia segnata in prima persona con la sua discesa in campo da capolista; figura barbina, peraltro, avendo perso metà delle preferenze. Il tutto dopo una campagna mai così acida e negativa, con uno squallido mix di insulti e di promesse da ciarlatano, dallo spostamento dei ministeri (già diventati semplici "uffici di rappresentanza", come ha spiegato lo stesso Cavaliere) a una mirabolante cancellazione delle multe. Per tutto questo, una sconfitta definitiva a Milano avrebbe un impatto devastante: su un Pdl già agitato di suo, e per il quale già si parla di scioglimento e rifondazione; ma soprattutto sul rapporto con la Lega. Lunedì sera verrà l'ora della resa dei conti. Se Bossi si vedrà battuto nel capoluogo e magari maltrattato dagli elettori negli altri centri lombardi significativi, da Pavia a Varese, magari non farà cadere il giorno dopo il governo, ma di sicuro comincerà a dare corso operativo all'avviso ai naviganti lanciato dopo l'esito del primo turno: la Lega non si lascerà trascinare a fondo assieme al Pdl. E una prima indicazione potrebbe venire già dal tradizionale raduno di giugno a Pontida, quest'anno spostato di una settimana: spesso in passato proprio da lì sono arrivati gli annunci delle non poche svolte impresse al Carroccio dal suo condottiero. Riducendo il Cavaliere al ruolo assegnato da Calvino al suo celebre visconte: dimezzato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA