Quant'è utile scoprire quell'italiano antico di Dante e Boccaccio

yyIl primo documento "volgare" fu una testimonianza giurata «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti». La frase, che è ormai "volgare" e non più latino è, come ben sanno gli studenti, il documento che segna la nascita della lingua italiana. Il cosiddetto "Placito cassinese" - conservato nell'abbazia di Montecassino, proveniente dal territorio di Benevento e risalente al 960 - è la testimonianza giurata di un abitante su una lite sui confini di proprietà tra l'abbazia di Montecassino e un piccolo feudo vicino, che ne aveva ingiustamente occupato parte del territorio. Questo documento notarile è seguito a brevissima distanza da altri placiti provenienti dalla stessa area geografico-linguistica, il Placito di Sessa Aurunca e il Placito di Teano. di MICHELE A. CORTELAZZO «Levossi questa femina e aiutollo». Questa frase è scritta in italiano? Chi ha reminescenze scolastiche e si ricorda, per esempio, della "Divina Commedia" e del "Decameron" risponderebbe probabilmente di sì (ma preciso subito, a scanso di equivoci, che la frase iniziale, come gli altri esempi che porterò, è tratta dal "Novellino"); chi non ha reminiscenze scolastiche, o interpreta in un modo più restrittivo la domanda (nel senso «oggi si può dire una frase del genere?») risponderebbe senz'altro di no. Dietro a questo piccolo dissidio si nasconde una domanda più ampia e generale: quanto è diversa la grammatica dell'italiano di oggi dalla grammatica dell'italiano antico, cioè dell'italiano medievale? Da qualche tempo abbiamo gli elementi per dare una risposta netta a questo dissidio: «uno studio attento mostra che differenze significative tra italiano antico e moderno si trovano a tutti i livelli e in quasi ogni fenomeno». A dirlo sono Giampaolo Salvi e Lorenzo Renzi, i quali, dopo aver coordinato, assieme ad Anna Cardinaletti, la "Grande Grammatica Italiana di Consultazione" in tre poderosi volumi, hanno portato alle stampe, presso lo stesso editore, il Mulino, la "Grammatica dell'italiano antico": due volumi, 1745 pagine, 36 collaboratori, finanziamenti da istituzioni non solo italiane (Ministero dell'Università e Università di Padova), ma anche ungheresi e svedesi. Questa grammatica dell'italiano antico e quella dell'italiano contemporaneo che l'ha preceduta sono due monumenti al tempo stesso alla lingua italiana e alla ricerca linguistica sull'italiano. La "filosofia" che sta dietro a entrambe le opere è geniale nella sua semplicità. Nell'ultimo quarantennio lo studio della grammatica delle lingue ha vissuto una svolta epocale con l'imporsi della grammatica generativa, basata sui principi delineati da Noam Chomsky: oggi siamo in grado di descrivere molto meglio le regole delle lingue, inserendo la descrizione grammaticale all'interno di una teoria generale di come funzionano le lingue e il linguaggio e siamo in grado sia di descrivere in modo rigoroso e sistematico le regole grammaticali che già conoscevamo sia di scoprire fatti che un tempo passavano inosservati o venivano trascurati. Ne cito uno solo: tra i verbi che chiamiamo intransitivi, alcuni hanno l'ausiliare avere, come ad esempio telefonare, altri l'ausiliare essere, come ad esempio venire. Basta aver studiato un po' la grammatica dell'italiano per saperlo; ma credo che a nessun lettore sia mai stata fatta balenare l'idea che si tratti, in realtà, di due categorie molto diverse di verbi, che rispondono a proprietà sintattiche radicalmente differenti. Lo sviluppo delle nuove teorie grammaticali e della conseguente metodologia d'analisi ha comportato, però, un grave effetto collaterale: la necessità di una complessa formalizzazione del processo analitico e, di conseguenza, di un altrettanto complesso e inusuale apparato terminologico. Il risultato è che a livello scientifico i linguisti sanno moltissime cose che una volta non sapevano sulle lingue del mondo, italiano compreso; ma il parlante comune, lo studente, l'intellettuale fanno fatica ad attingere a questo patrimonio di conoscenze (anche, bisogna dire, per un eccesso di inerzia della scuola: quando si è trattato di innovare l'insegnamento grammaticale, palesemente non più sostenibile nella forma tradizionale, in molti hanno optato radicalmente per la sua abolizione, invece che per il suo aggiornamento). Ecco allora l'idea: offrire dei volumi che diffondano, con serietà e rigore ma nella forma più leggibile possibile, i risultati della scienza linguistica, rinunciando a presentare tutto il complesso processo di analisi che ha portato a tali risultati. L'italiano è stata la prima lingua che ha potuto godere, con la "Grande grammatica italiana di consultazione", di uno strumento del genere; il modello è stato poi ripreso da studiosi di altre lingue (ad esempio lo spagnolo). Ma come grammatica della fase antica della lingua, credo che questa dell'italiano sia ancora l'unico esempio. Quali sono i fenomeni che regolavano l'uso della lingua nella Firenze del Due-Trecento e che oggi non fanno parte della nostra grammatica? Facciamo qualche esempio. «E si fece elli in tal maniera», «Ciò tenne il re a grande meraviglia», «A llui venieno sonatori», «Conosceresti tu tuo barlione?» ("barlione" vuol dire borraccia). Comparando queste frasi ci accorgiamo che il verbo andava sempre al secondo posto, tranne che nelle interrogative. La stessa regola che caratterizza il tedesco. Potremmo dire frasi analoghe in italiano moderno («Da lui venivano idraulici», «Berresti tu l'aranciata dalla bottiglia?»)? La risposta è certamente no. Oppure, in italiano antico si poteva omettere, in molti casi, la congiunzione "che": «e fa', se lo compri, sia meglio che», «sta peggio non ti credi», «fu bisogno la sentissi». Sono tutti contesti che in italiano moderno non sarebbero possibili (l'assenza del "che" è realizzabile solo in certe frasi al congiuntivo rette da un verbo: «ritenevo tu fossi il miglior candidato»). Infine, l'infinito oggi non ha la desinenza personale (nelle frasi «Gianni mi ha promesso di venire» e «Tu mi hai promesso di venire», "venire" si presenta sempre uguale, anche se nel primo caso il soggetto è un "lui" e nel secondo un "tu"); in italiano antico poteva averla: nella frase «desideramo de... voleremone reducere de recheze in povertate», l'infinito "volere" è accompagnato da "mo" che è la desinenza della prima persona plurale, quella di "vogliamo"). Insomma, gli studenti insofferenti per la lettura della "Divina Commedia" e del "Decameron" qualche ragione ce l'hanno: si trovano davanti agli occhi testi scritti in una lingua diversa dalla loro lingua materna, anche se con molti tratti di somiglianza. Questo non vuol dire che non sia necessario fare uno sforzo per appropriarsi di testi che sono alla base della cultura letteraria dei secoli successivi. Ma per l'appunto, si tratta di uno sforzo, non di un normale processo di lettura di testi scritti nella nostra lingua, con la nostra grammatica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA