13 aprile 2011 —
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sezione: Economia
di Marco Girardo wMILANO Troppo caldo, troppo brusco il disarcionamento di Cesare Geronzi dalla presidenza Generali perché il vertice aziendale per lignaggio più compassato d'Italia, quello di Mediobanca, affrontasse subito le ricadute interne dell'affaire triestino. Nessuna resa dei conti, dunque, tra il management e quei consiglieri che, secondo indiscrezioni, non avrebbero gradito il blitz che ha costretto il banchiere di Marino alle dimissioni. «C'è stato un buon mood», ha tagliato corto il vicepresidente (e presidente Unicredit) Dieter Rampl. Meglio aspettare che i nuovi assetti si sedimentino. Ecco allora che a dominare la scena delle dichiarazioni a margine - dal "salotto buono" non trapela mai nulla di ufficiale in queste circostanze - è stato Vincent Bolloré, schierato con Geronzi nella battaglia persa sul confine orientale. Il finanziere bretone nega di voler uscire dal patto di sindacato Mediobanca. Anzi, ha annunciato l'intenzione di rimanerci a lungo: almeno fino al 17 febbraio 2022, quando lascerà il timone delle attività di famiglia ai propri figli. Ha poi voluto ribadire, da capofila dei soci stranieri, che un «patto più leggero» rispetto all'attuale accordo che vincola il 45% del capitale - circolavano ipotesi di un'alleanza al 30%, con le quote transalpine sensibilmente limate - «non è nell'interesse di alcuno». I cugini d'Oltralpe hanno quindi intenzione di tenere ben saldo il loro presidio nella banca d'affari, nonostante la sconfitta subita in Generali, che ha in Mediobanca il suo primo azionista e alla quale fornisce, proprio in virtù di questo, una bella fetta di entrate attraverso dividendi e commissioni. Del 9,9% "sindacato" dai soci esteri, Bollorè ha il 4,9%, Groupama il 3,10% (più l'1,8% fuori Patto) e Santander l'1,84%. È stato invece l'altro socio transalpino, Tarak Ben Ammar, a negare che la politica ovvero l'influenza di Silvio Berlusconi, attraverso la figlia Marina, presente ieri al cda insieme all'amico e socio del premier in Mediolanum Ennio Doris, abbia mai messo piede nel "salotto buono" di fianco alla Scala. «La stampa - ha spiegato Ben Ammar - parla di una squadra di Berlusconi in Mediobanca, ma Marina rappresenta la sua famiglia, Ennio Doris è un grande investitore finanziario e rappresenta la sua società e io sono un amministratore indipendente e come indipendente rispondo ai requisiti di indipendenza dagli azionisti e prendo sul serio il mio ruolo». Tutto il resto è un «political thriller che non esiste». Ci saranno dunque ripercussioni nel patto? «C'è l'estate di mezzo, ne parleremo in autunno», ha risposto ai cronisti Ben Ammar. Bisognerà allora attendere fine anno per valutare le ripercussioni del ribaltone a Trieste. Secondo fonti interne, nessuno in Consiglio avrebbe chiesto di affrontare la questione Geronzi. Nemmeno l'ex presidente Generali, Antoine Bernheim, collegato telefonicamente, tuttora consigliere di Piazzetta Cuccia. Eppure l'ad, Alberto Nagel, avrebbe concesso a tutti i presenti la possibilità di chiedere eventuali chiarimenti. Ma non sarebbe arrivata domanda alcuna. Capitolo chiuso, per ora. Il fatto che il cda sia durato poco più di un'ora pare confermare la ricostruzione, perché un tema così spinoso avrebbe richiesto ben altri tempi. Il Consiglio si sarebbe invece occupato principalmente della relazione sull'ispezione condotta (senza rilievi particolari) da Bankitalia. Bollorè ha definito alla fine l'incontro «tranquillo, trasparente, perfetto. Il clima fra noi - ha aggiunto - è molto buono». Ma la ridefinizione degli equilibri è semplicemente rimandata. Il Patto scade il 31 dicembre, con il termine per eventuali disdette fissato tre mesi prima. Il nuovo presidente delle Generali, Gabriele Galateri di Genola, resterà invece in carica per un anno: dovrà essere confermato dall'assemblea nel 2012, non essendo stato possibile inserire immediatamente la sua nomina all'ordine del giorno dell'appuntamento dei soci a Trieste prevista per il 30 aprile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA