Le donne che lavorano non trovano le parole per dire il proprio ruolo

yy E i giovani rischiano l'afasia digitale I nativi digitali rischiano di cavarsela piuttosto male tra le parole, tra i libri. A differenza dei figli di Gutenberg, che in mezzo alla carta stampata ci sono nati. Lo sostiene Paolo Ferri, che insegna Teoria e tecniche dei nuovi media e Tecnologie didattiche alla facoltà di Scienze della formazione all'Università di Milano Bicocca, nel saggio "Nativi digitali", pubblicato da Bruno Mondadori (pagg. 211, euro 18) Lo studioso sostiene che sta prendendo forma la nuova "versione 2.0" dell'Homo Sapiens, sempre accompagnata da protesi comunicative ed espressive digitali. Cambia così il modo di apprendere, di gestire l'informazione. Di comunicare con gli altri. Il perimetro del sé e dell'agire. di MICHELE A. CORTELAZZO Il 13 febbraio, la trasmissione "In mezz'ora" di Lucia Annunziata è andata in onda da piazza del Popolo a Roma ed è consistita nell'intervista a un certo numero di donne partecipanti alla manifestazione romana del coordinamento "Se non ora quando?". Le prime due sono state introdotte così dall'intervistatrice: «Buon giorno Giulia Buongiorno, avvocatessa, neo-mamma» e «È qui Susanna Camusso, Susanna, buongiorno, segretario della Cgil». Presto è stata evocata Maria Stella Gelmini, ovviamente assente dalla manifestazione, con queste parole: «Oggi il ministro Gelmini... accusa questa piazza di moralismo». Dunque, parlando di donne in una giornata in cui erano protagoniste le donne, una donna usa avvocatessa, segretario, ministro. Se poi fosse stata presente la direttrice dell'«Unità», Concita De Gregorio, si sarebbe fatta chiamare direttore. Perché, come ha dichiarato una volta, quando si parla di direttrici si pensa a carceri e scuole, insomma a «organismi, strutture e istituzioni gerarchiche e ispirate a un criterio di ordine con un vago retrogusto punitivo». Quindi niente direttrice, ma neppure direttora, anche se «c'è tutto un movimento politico e culturale che spinge per la declinazione al femminile e fa un uso politico del linguaggio. Usandolo suonerebbe meno fastidioso e faticoso di quanto non sia adesso e quindi forse sarebbe giusto usarlo. Ma in questo momento io ho tanti altri problemi quindi preferisco non fare il rompighiaccio anche di una parola cosi brutta come direttora. Così mi faccio chiamare direttore, che è poi quello che mi sento di essere» (e su questa confessione finale si potrebbe discettare a lungo). Queste testimonianze mostrano quanto è variegato il comportamento linguistico del mondo femminile, e anche quante sciocchezze si dicono, da donne e da uomini, per giustificare razionalmente scelte che razionali non sono. Razionalmente le cose sono abbastanza semplici. In Italia ci sono alcuni nomi di mestieri, funzioni e professioni che sono stati sempre trasposti anche al femminile, perché c'è una lunga tradizione di donne che svolgono quell'incarico: maestra, fornaia, fioraia, monaca, dottoressa, studentessa, professoressa, direttrice, pittrice, scrittrice, infermiera si affiancano da tempo a maestro, fornaio, fioraio, monaco, dottore, studente, professore, direttore, pittore, scrittore, infermiere. Negli ultimi decenni le donne hanno raggiunto funzioni e ruoli un tempo esclusivo appannaggio degli uomini; e allora si è posto il problema di come denominare queste funzioni e questi ruoli quando sono svolti da donne. E il fronte delle donne, oltre a quello degli uomini, si è spaccato: che c'è chi vuole femminilizzare il nome della propria professione; chi lo vuole fare ad oltranza, innovando usi radicati nella lingua italiana; chi invece, vuole impadronirsi del maschile, per sottolineare il fatto che quel ruolo può essere occupato anche da una donna, con la stessa capacità e la stessa dignità di un uomo. Ripensiamo alle parole usate da Lucia Annunziata, che a me paiono non porre problemi: il femminile di avvocato, segretario, ministro è pacificamente, dal punto di vista della morfologia (cioè della grammatica) avvocata, segretaria, ministra. Senza bisogno di scomodare l'avvocatessa, dato che il suffisso -essa ha un certo sapore sminuente (tranne in tre parole ormai stabilizzate dall'uso: professoressa, dottoressa, studentessa). Vi è capitato di trovare una donna che si presentasse come avvocata Rossi? Nonostante l'illustre e autorevole precedente della Santa Vergine che nel Salve Regina invochiamo come «avvocata nostra», personalmente ho avuto sempre a che fare con qualche avvocato Rossi, anche se di nome di battesimo fa Maria. Susanna Camusso è quasi sempre il «segretario della Cgil», probabilmente perché in segretaria è ancora forte il rinvio a mansioni esecutive (e devo dire che non suona benissimo il viatico del suo predecessore, Guglielmo Epifani: «Susanna sarà una grande segretaria della Cgil e la mia segretaria»). Infine, non credo che ai genitori degli alunni della Scuola "Angelo Canossi" di Pontevico capiti di cercare l'insegnante del loro figlio chiedendo del maestro Gelmini, se intendono parlare con la maestra Cinzia Gelmini; ma allora, perché in viale Trastevere dovremmo chiedere del ministro Mariastella Gelmini, sorella di Cinzia? E potremmo parlare della ingegnera e della brigadiera (perché no, se diciamo normalmente infermiera?), della preside e della presidente (qui è facile, basta cambiare l'articolo), della direttrice (perché in uso da sempre, e perché il femminile dei nomi maschili che finiscono in -tore sono in -trice: attrice, scrittrice, pittrice), e quindi anche rettrice (e difatti in rete trovo 19.400 risultati per rettrice e solo 1880 per rettora). C'è chi dice che ministra, sindaca, assessora, avvocata, ingegnera suonano male. Certamente: tutte le parole poco usuali «suonano male». Ma basterebbe usarle e un po' alla volta non ci apparirebbero né brutte né strane. E allora, perché no direttora? Perché è brutta? No. Perché, ministra, sindaca, assessora, avvocata, ingegnera rispettano quelle regole che, tacitamente e con un percorso di secoli, i parlanti italiani hanno costruito per la loro lingua; direttora no. Si dovrebbe creare nella nostra mente, e nella società, una regola ad hoc, per di più superflua perché c'è già direttrice, che non ha nulla di sconveniente e dice già tutto quello che vorremmo dire con direttora. Però, non c'è ancora un uso condiviso. Stiamo assistendo alla competizione tra scelte diverse, tutte con buone ragioni dalla loro e non sappiamo proprio quale si affermerà. In fatto di lingua è sempre pericoloso fare previsioni. Ma intanto come possiamo comportarci? Io seguirei la raccomandazione del manualetto "La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo": «In generale, si rispetteranno i desideri dell'interessata per quanto riguarda la forma preferita del titolo che le spetta (ad es. "il presidente Maria Rossi" o "la presidente Maria Rossi")». Grammatica permettendo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA