Gli abusi lessicali del nostro Paese nel nuovo libro di Gianrico Carofiglio "La manomissione delle parole"

di MICHELE A. CORTELAZZO


Giorni fa ho trovato nella mia pagina su Facebook questo messaggio: «Sono un seminarista, quasi prete... Dovresti sentire le espressioni che usano alcuni miei confratelli nelle loro omelie! Ma come parlano!!! Non capiscono che le parole sono importantiii!!!!!!!!!! ;-)». Sì, le parole sono importanti; e mai mi sarei aspettato di ricevere un tale grido d'allarme da un ambiente, come quello religioso, che per secoli è stato uno degli luoghi nel quale con maggiore impegno si è curata l'attenzione per l'efficacia delle parole.
È davvero un segno dei tempi, di un tempo nel quale sempre più spesso le parole, volontariamente o involontariamente, vengono manomesse. Non uso a caso questo verbo, che traggo dal titolo, azzeccatissimo, dell'ultimo libro di Gianrico Carofiglio, "La manomissione delle parole", a cura di Margherita Losacco (Rizzoli).
Manomettere le parole non vuol dire solo manipolarne i significati, usurparne il senso costruito dalla nostra comunità in decenni o in secoli. Carofiglio, che è senatore del Partito democratico, dopo essere stato magistrato, fa numerosi esempi recenti di manipolazione delle parole: uno l'uso falso fatto da alcuni organi di stampa della parola assoluzione nel caso della sentenza della Cassazione del 26 febbraio 2010 sul processo contro l'avvocato Mills: in realtà, la Cassazione non aveva assolto l'imputato, ma dichiarato estinto il reato per prescrizione, che è cosa ben diversa, anche se porta allo stesso risultato, cioè che l'imputato non espia la pena.
Un altro esempio di abuso lessicale è il nome di lodo (che propriamente significa «decisione con cui un arbitro o un collegio di arbitri dirime una controversia»), dato correntemente a due leggi, quelle che hanno cercato di escludere la celebrazione di processi in cui fossero imputati le alte cariche dello Stato (ma la Corte costituzionale ha dichiarato l'incostituzionalità di entrambe, sia il cosiddetto lodo Schifani, sia il cosiddetto lodo Alfano): una legge non consiste in un accordo nato da una decisione arbitrale!
A manomettere le parole non sono, però, solo i manipolatori o gli usurpatori linguistici, ma anche tutti quei parlanti che usano impropriamente le parole per pigrizia, per incuria, per disinteresse, magari convinti che la preoccupazione per l'uso corretto delle parole sia una perdita di tempo e un ostacolo al fare. In realtà, ogni buon fare ha assoluto bisogno di un funzionale ed efficace uso delle parole. Claudio Magris ci ha ricordato ripetutamente (da ultimo nell'articolo "La lezione di civiltà di Brembate", "Corriere della Sera", 8 dicembre 2010) che «se non si mette correttamente il soggetto al nominativo e il complemento oggetto all'accusativo ma si inverte la sintassi, non si capisce più chi ruba e chi è derubato, si mette in galera la vittima e si manda libero il colpevole. Una punteggiatura sbagliata o alterata può falsare e sconvolgere l'ordine delle cose».
Paradossalmente la manomissione involontaria delle parole è più pericolosa della manipolazione spudorata di cui ci ha dato esempi Carofiglio: da una parteperché è più difficile da smascherare e da controbattere, proprio perché è una manomissione al tempo stesso minuta e continua; dall'altra perché una protratta disattenzione alla proprietà del linguaggio rende facile la vita ai manipolatori della lingua e ai falsificatori del lessico, che numerosi si annidano nella politica e nei mass media.
È fin troppo facile ricordare che la manipolazione delle parole, come premessa per la riduzione delle capacità di pensiero, era una delle caratteristiche del terrificante regime preconizzato da George. Orwell, nel suo romanzo "1984": un regime che aveva imposto la Neolingua, nella quale, tra l'altro, «la riduzione del vocabolario era considerata fine a se stessa, e di nessuna parola di cui si potesse fare a meno era ulteriormente tollerata l'esistenza».
Ma davvero la semplificazione del linguaggio è la premessa per un'inevitabile semplificazione del pensiero? Se fosse così, bisognerebbe subito cessare tutte le azioni che cercano di semplificare il linguaggio burocratico, per renderlo accessibile al maggior numero di cittadini. E non bisognerebbe estendere questa azione alla redazione delle leggi, e anche all'eloquio prolisso e inefficiente di avvocati e magistrati, come si sta cercando di fare, finora con scarsissimi risultati.
Ma davvero usare un numero relativamente limitato di parole, note a tutti, è un segno drammatico di povertà concettuale (fermo restando, naturalmente, che saper usare più parole rende una persona più forte di chi ne sa usare meno)? In realtà ci sono due fatti molto più rilevanti che possono atrofizzare il pensiero: la quantità di significati che conosciamo delle parole a noi note, e il grado di libertà con cui sappiamo combinare le parole che conosciamo. Non per nulla una delle caratteristiche della Neolingua di Orwell era che ogni parola ammessa poteva avere un solo significato; e Carofiglio, esercitando quella nobile attitudine che va sotto il nome di onestà intellettuale, critica la sua stessa parte politica per l'uso di «parole importantissime, svuotate del loro significato e ripetute come meri, meccanici slogan».
L'altro mezzo, diffusissimo, con cui si impoveriscono i discorsi è il ricorso, acritico e non documentato, ai luoghi comuni: un esempio emblematico è stato dato qualche giorno fa dalla ministra Gelmini, che a "Ballarò", replicando quanto ripetono vari commentatori poco documentati come il ministro Sacconi o Bruno Vespa, ha dichiarato che piuttosto di tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni servono profili tecnici che incontrino l'interesse del mercato del lavoro. Peccato, che i dati, contenuti in studi espressamente dedicati alla questione, mostrino l'alto tasso di occupati tra i laureati in comunicazione.
La ricchezza linguistica di un parlante si misura, dunque, non tanto nel numero di parole che conosce, quanto nell'abilità con cui sa usare le parole che conosce per esprime i suoi pensieri in modi che siano il più possibile nuovi e variati. È ricco, insomma, quel parlante che sa scegliere tra gli strumenti che possiede quello che serve al suo pensiero. Troppo spesso, invece, usiamo le parole che conosciamo, poche o tante che siano, sempre negli stessi modi, sempre per dire le stesse cose, in sequenze fisse e ripetitive. Tendiamo troppo a parlare e scrivere per slogan, invece che con creatività.
Cosa si può fare per far sì che gli italiani riescano a parlare e a scrivere con spirito critico? C'è un solo modo: educare, educare, educare. È nella scuola che possiamo creare, prima di tutto attraverso la lettura attenta e, per l'appunto, critica, l'attenzione per la lingua, la cura per le parole, l'interesse per la forma nella quale si materializza la sostanza, la fedeltà ai fatti e non ai pregiudizi. Ma una scuola che, rispetto a una decina di anni fa, ha perso, nelle medie, due ore di italiano alla settimana, certamente non può svolgere questo ruolo. Che capacità di pensiero, o che onestà intellettuale, hanno quei politici e quei funzionari ministeriali che prima tagliano le ore di italiano e poi alzano alte grida quando i risultati delle prove d'esame, o le indagini internazionali, mostrano che i nostri studenti non sanno comprendere un testo?
Una vecchia massima resa famosa da Andreotti dice che a pensar male degli altri si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Non so se sia pensar male, ma viene spontaneo sospettare che tutto questo non accada solo per colpa della decadenza culturale o del destino cinico e baro, ma che alla base ci sia un preciso, anche se inconsapevole, disegno: potenziare le abilità linguistiche dei futuri cittadini, prevenendo la manomissione quotidiana e minuta delle parole, renderebbe meno facile ai politici manipolare la lingua e ridurrebbe il numero degli elettori che, in quanto privi di attenzione alle parole e di spirito critico, cascano nelle trappole dei falsificatori della lingua.
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