I Brass, l'arte raffinata di Italico e il cinema tutto sesso di Tinto

di STEFANO COSMA


GORIZIALa prima mostra dedicata al pittore Italico Brass fu allestita dal Comune di Gorizia nell'agosto 1947. Nel 1991 ce ne fu un'altra e nel 2008 ne furono fatte due: una in castello ed una ai Musei provinciali di palazzo Attems. Ma anche il nipote Giovanni (detto Tinto), negli Anni ‘90, presentò una sua pellicola nel Bastione fiorito del nostro Castello. Un paio di anni fa mi accadde una cosa simpatica, parlando con una ragazza straniera appassionata d'arte, da tempo ormai in Italia, alla quale dissi che nelle sale del castello c'era una mostra di Brass. Lei mi guardò stupita dicendomi: «Io pensavo che facesse solo il regista, non immaginavo che dipingesse...» Beh, due artisti che non sono gli unici esponenti illustri di questa famiglia di cui scopriamo assieme la storia. Il primo a distinguersi nella vita pubblica e sociale goriziana fu Michele Brass, sposato con Maria Happacher (gli Appiani di oggi) con la quale ebbe ben sei figli. Sebbene fosse di origine tedesche si sentiva italiano e fu un attivo irredentista, tanto che la polizia austro-ungarica lo schedò così: «locandiere e negoziante di vini in Gorizia (…). Un bevitore impenitente, ancora ora in rapporti permanenti con Favetti». Nel 1867 Michele è fra i nove componenti del Comitato Promotore della futura Ugg ed anche fra i firmatari dell'istanza del 15 novembre di quell'anno per ottenere l'appoggio del Comune alla nascita della «Società di ginnastica, scherma e canto»; nel 1868 figura quale socio fondatore. Michele Brass farà anche da verbalizzante nell'assemblea straordinaria, svoltasi nel 1886, per l'acquisto della palestra, tuttora esistente. Al secondo dei suoi figli diede ovviamente il nome di Italico (Gorizia, 1870 – Venezia, 1943). Irredentista come il padre, i fratelli e i nipoti, a 19 anni sarà lui a scortare il vessillo sociale dell'Ugg durante la manifestazione organizzata per l'inaugurazione dello stesso nell'attuale piazza Battisti. Erano gli anni in cui il padre si era ormai rassegnato a non lasciare al secondogenito l'attività del commercio di vini, poiché la grande inclinazione per la pittura era già emersa quando studiava alla locale Scuola Reale Superiore. Italico frequentava anche l'atelier di un pittore goriziano, tuttora ignoto, che gli diede i rudimenti della sua formazione. La realizzazione del perduto "Ritratto del padre" convinse la famiglia a farlo studiare a Monaco di Baviera (1887), sotto la direzione del pittore Karl Raupp. In seguito – dal 1888 al 1895 - proseguì gli studi a Parigi, grazie agli aiuti economici del fratello Riccardo, anch'egli in passato atleta dell'Ugg, distintosi quale ginnasta assieme al fratello Ferruccio nel 1887. In quel periodo Italico incontrò la futura moglie Lina Rebecca Vigdoff che sposa nel 1895 e il cui ritratto, premiato a Parigi nel 1900, è stato esposto nel 2005 alla mostra "Belle époque imperiale" e riprodotto sui manifesti. Nella capitale francese Brass rifiuta l'Accademismo dei suoi maestri e aderisce all'Impressionismo, applicandone i principi ispirandosi al Guardi e al Magnasco. Rientrato in Italia si stabilisce a Venezia partecipando a quasi tutte le edizioni della Biennale e frequentando le esposizioni di Monaco, Buenos Aires e Pittsburgh. Nel 1907 Ezra Pound gli dedicò la poesia "A lume spento". La Biennale (nel 1910) gli riservò una sala con più di 40 opere; tra il 1911 e il 1912 una sua mostra personale itinerante fu portata a Budapest, Amburgo, Berlino, Monaco, Francoforte e Parigi. Durante la prima guerra viene incaricato dal Comando Supremo dell'esercito italiano di effettuare studi e schizzi del fronte: tra i dipinti frutto di questo lavoro vi sono anche alcune vedute di Gorizia e molti sono stati esposti nella recente mostra "Italico Brass reporter della Grande Guerra". Nei ultimi due anni del conflitto, profondamente colpito per la morte del nipote Guido e dilaniato dall'ansia per le sorti del figlio Alessandro arruolatosi volontario nel 1917, si recherà ancora sui campi di battaglia – come scrive Annalia Delneri - ma dedicherà la sua attenzione soprattutto a Venezia, gravemente minacciata dai bombardamenti che distrussero il soffitto della chiesa degli Scalzi affrescato da Giambattista Tiepolo. Il nipote Guido (Gorizia 1896-Cormons 1915), infatti, alla fine del febbraio del 1915, tre mesi prima che l'Italia entrasse in guerra contro l'Austria, fuggì insieme all'amico e coetaneo Edoardo Pocar attraverso San Mauro, il San Valentin e il Corada oltre lo Judrio, fino a Cividale, dove si arruolò. Aspirante ufficiale nel 73° reggimento di fanteria, ferito a morte in combattimento a Oslavia, morì a Cormòns. È ricordato da una lapide posta nel 1919 nella sede dell'Ugg. A lui è intitolato anche l'asilo di via Don Bosco 91, oggi sede dell'Associazione Rodolfo Lipizer. A Venezia Italico Brass acquista la cosiddetta Scuola vecchia dell'Abbazia della misericordia e diventa anche un importante collezionista di quadri, molti dei quali furono trafugati durante la seconda guerra, con grave danno per il patrimonio artistico italiano. Studioso dell'arte veneta, farà parte del comitato scientifico delle mostre veneziane dedicate a Tiziano (1935), Tintoretto (1937) e Veronese (1939). Il 16 agosto del 1943 a Venezia, nel suo palazzo a San Trovaso, «si spezzava quasi all'improvviso la salda fibra di Italico Brass: quella fibra che (…) poteva ben credere tale da resistere assai più a lungo, così da raggiungere, in prodigiosa maturanza d'arte e di spirito, la quasi secolare vicenda vitale del sommo suo fratello, Tiziano» si legge nell'introduzione che gli dedicò il Comune della città natale nel 1947. Nel 1942, come scenografo, aveva collaborato a Venezia alla realizzazione delle scene per il film "Canal Grande".
Questa breve esperienza cinematografica del nonno sarà seguita da Giovanni Brass, conosciuto come "Tinto", dal nome del pittore veneziano Tintoretto che piaceva molto alla nonna. Nato nel 1933, Tinto si laurea in Giurisprudenza a Padova, poiché il padre Alessandro era un apprezzato penalista. Ma più appassionato di cinema che di diritto, sul finire degli Anni ‘50 trascorre un biennio come archivista alla "Cinémathèque" di Parigi, avvicinandosi agli ambienti della nascente Nouvelle Vague. In seguito tornerà in Italia come aiuto-regista di Alberto Cavalcanti e assistente di maestri del cinema del calibro di Rossellini e Ivens, esordendo nella regia con il lungometraggio "In capo al mondo" (1963), apologo sul disagio giovanile, del quale cura anche la sceneggiatura e il montaggio. Dopo essere stato coinvolto, con alterni risultati, in alcune produzioni di carattere commerciale, il sesso ed il suo particolare rapporto col potere e col denaro diventa invece tema centrale delle sue pellicole, che tutti conosciamo.
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