Gallerie di Doberdò, nel '69 uno speciale de Il Piccolo promuoveva il sincrotrone

di GIOVANNI TOMASIN


«Ai voti, alle classificazioni ufficiali che Doberdò ha raccolto per i suoi meriti geologici o per le sue caratteristiche ambientali, noi aggiungiamo oggi il "fattore entusiasmo"». Correva l'anno 1969 quando l'allora direttore de Il Piccolo Chino Alessi introdusse con queste parole il supplemento bilingue (italiano-inglese) con cui il nostro giornale intendeva promuovere la regione. L'obiettivo era di quelli importanti: la realizzazione del Protosincrotrone del Cern a Doberdò.
Avevamo ricordato la storia di quel progetto quest'estate, nella nostra inchiesta sulle misteriose gallerie di Doberdò. Il supplemento del '69 mostra come già ai tempi il Protosincrotrone fosse una battaglia di questo giornale.
LA VICENDA.Nei giorni scorsi una copia del supplemento è spuntata quasi per caso dalla collezione di un appassionato d'antiquariato, che l'ha portata alla nostra redazione. Curiosamente i fogli ingialliti hanno le stesse misure che Il Piccolo otterrà con il passaggio al formato tabloid nei prossimi mesi. E in quelle pagine si trova la dimostrazione lampante dell'entusiasmo che il progetto del Protosincrotrone generò in Friuli Venezia Giulia. Un progetto che, secondo l'ipotesi proposta dalla rivista Isonzo Soca, si risolse in un buco dell'acqua forse a causa di un veto dei militari. L'esercito sarebbe stato intenzionato a mantenere il segreto sulle gallerie che in quegli stessi anni aveva scavato nel ventre del Carso.
IL SUPPLEMENTO.Sempre citando il pezzo di apertura del direttore, "Radiografia di una regione", lo speciale di 47 pagine fu pubblicato per «fare della propaganda nel momento cruciale in cui a Ginevra il Cern doveva prendere una decisione finale sulla scelta del sito ove realizzare il Protosincrotrone da 300 Gev». Il risultato è un ritratto perfino commovente del Friuli Venezia Giulia del 1969: una regione giovane a cui da appena 4 anni era stato riconosciuto lo statuto speciale.
Sfogliandolo vien da pensare che alcune cose non cambiano mai: di Gorizia si dice che è soggetta a «una stasi economica non ancora del tutto superata», ma anche che il piazzale della Transalpina (lo ricordiamo, era il '69) non era più simbolo della Cortina di Ferro ma ponte verso l'Europa centro-orientale. Anche le pubblicità hanno un valore storico: ad esempio i paginoni di Friulia Spa e della Grandi Motori di Trieste. O ancora la spassosa pubblicità di Marina Julia, della quale si dice che «è visibile dalle colline di Doberdò, così vicina che si può essere là ogni notte!».
I PRECEDENTI.Il supplemento era soltanto l'ultimo passo di una lunga campagna che il giornale aveva condotto in favore del Protosincrotrone. Nel gennaio del '69, infatti, il direttore aveva organizzato nella sala dell'Unione ginnastica goriziana una proiezione dedicata ai maggiorenti dell'economia e della società cittadina per spiegare loro l'importanza del Protosincrotrone. La campagna de Il Piccolo era stata notata dallo stesso Cern che, come scritto su queste pagine il 19 gennaio del '69, stava «approntando una pubblicazione contenente tutti gli articoli dedicati dal nostro giornale al protosincrotrone».
L'IPOTESI.Come sappiamo, tanto entusiasmo andò sprecato. Italico Chiarion ha provato a spiegare il perché nel suo articolo pubblicato sul nuovo numero di Isonzo Soca. Spesso la soluzione a un mistero è invisibile proprio perché è sotto gli occhi di tutti: partendo da questo assunto, Chiarion ha preso in analisi le cronache di quegli anni e avanzato la seguente ipotesi. Nei primi anni '70 si dava per scontato che il protosincrotrone fosse sfumato per il veto dell'esercito. Il motivo sarebbero state, appunto, le chilometriche gallerie di Doberdò. Ma a cosa servivano? Di certo non a una linea di difesa convenzionale, erano troppo a ridosso del confine. Chiarion suggerisce che, forse, quelle strutture dovevano ospitare le mine nucleari della Nato. Era un'opzione strategica molto discusso ai tempi: in caso di guerra con il Patto di Varsavia le mine sarebbero detonate spazzando via l'invasore e, con esso, l'Isontino intero. Se l'ipotesi dovesse essere confermata, significherebbe che i vertici militari hanno intralciato un progetto che avrebbe potuto fare la fortuna della provincia, sostituendolo con la promessa in potenza di un olocausto nucleare.
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