27 dicembre 2010 —
pagina 07
sezione: Attualità
di MARCO GIRARDO
MILANO Cè una roccia nera che rotola velocemente a Piazza Affari. Guadagnando di mese in mese sempre più peso. Uno di quelli che vengono definiti investitori istituzionali e che, per natura e cultura manageriale, non intervengono durante le assemblee delle società quotate. Ma quando serve partecipano senza fare troppe storie agli aumenti di capitale. Passo dopo passo Blackrock, la più grande società di risparmio gestito al mondo, è così diventata il primo azionista alla Borsa di Milano. Piantando la sua bandierina in una ventina di società a larga capitalizzazione. Certo, si tratta di quote distribuite su vari fondi, partecipazioni frammentate come i dati in un disco rigido. Ma che non replicano semplicemente lindice di riferimento (Ftse Mib) e sembrano rispondere piuttosto a una precisa scelta dinvestimento nel nostro Paese.
Basta dare unocchiata al portafoglio nella fotografia scattata dalla Consob a inizio dicembre. Per cominciare Blackrock, con ben 14 diversi fondi dinvestimento, ha il 2,82% di Generali, tanto da esserne il terzo azionista dopo Mediobanca e Bankitalia. Cè poi il 4,02% di Unicredit esattamente il doppio della quota Allianz e ben più della libica Lia e oltre il 3% del capitale ordinario Fiat. Ancora: il più grande fondo del mondo detiene il 2,89% di Telecom, il 4,74% di Prysmian, il 6,82% di Parmalat. E fra le banche, in particolare, oltre che a Piazza Cordusio, Blackrock è pure di casa in Bpm (1,59%, appena sceso dal 3,5%), nel Banco Popolare (3,71%), in Mediobanca (1,97%) e in Ubi (2,85%). Risulta inoltre il secondo azionista privato in Finmeccanica (2,24%), il primo in Enel (2,73%) e in Eni (2,68%) dopo Cdp e Tesoro. Volendo completare lelenco, è sopra il 2% anche in Amplifon, Azimut, Mediaset e Saipem. Alla fine del 2009 BlackRock aveva investiti quasi 9 miliardi nelle blue chip italiane e questanno è probabilmente è destinata a superare i 10.
Non tutto è replica dei pesi, si diceva. Anche perché cè una sovraesposizione rispetto ad altri player globali che somiglia tanto alla conferma di una scelta strategica. Se Blackrock è il primo azionista di Piazza Affari deriva in parte dalla massa acquisita a livello globale con un patrimonio in gestione lievitato il 31 marzo scorso a 3.360 miliardi di dollari fra strategie azionarie, obbligazionarie, monetarie, investimenti alternativi e mattone. Negli ultimi dieci anni e nel corso di due diversi choc finanziari sistemici la società si è mangiata prima lasset management di Mercury, poi quello di Merrill Lynch e infine i fondi di Barclays potendo così contare su 20 miliardi di asset gestiti in Italia. Soldi di altri investitori istituzionali e di piccoli risparmiatori.
Cè poi laltra faccia della luna, quella che rivela una conoscenza approfondita del mercato italiano. Riconducibile anche al responsabile di Blackrock in Italia e ai suoi ventanni nel campo dellasset management. Andrea Viganò ha iniziato la sua carriera a Londra nellarea Investment Banking di Kleinwort Benson e Morgan Grenfel. Nel 1992 è prima a Parigi e poi a New York per Societé Générale e sei anni dopo il Gruppo francese gli conferisce due mandati nellarea del risparmio gestito: lapertura di SG Asset Management Italia e la gestione della Joint Venture con Frank Russell per la commercializzazione di prodotti multi-manager nel mercato europeo. Nel 2000 viene chiamato da Merrill Lynch Investment Managers Limited a fondare la filiale italiana e, a seguito dellacquisizione della società da parte di BlackRock, diventa responsabile della roccia nera per lItalia.
Nel corso degli incontri che periodicamente la società tiene con la comunità finanziaria a Milano, Viganò non ha mai nascosto di credere nelle potenzialità di Piazza Affari. Anzi: ha sempre considerato il Paese meglio posizionato di altri per intercettare la ripresa del risparmio gestito grazie alla profonda ristrutturazione del sistema bancario. Non che le potenzialità del nostro mercato siano sfuggite agli altri grandi investitori esteri: hanno in tasca ormai un quarto delle blue chip italiane, secondi solo ai cosiddetti investitori strategici che in modo diretto o indiretto, tramite ladesione ai patti di sindacato, esercitano leffettivo controllo delle società. A questo nocciolo duro fa capo il 44,87% dei titoli che compongono lindice Ftse Mib mentre ai fondi italiani resta solo il 12,82%. Con i capitali stranieri di Piazza Affari se lè presa recentemente il governatore della Banca dItalia, Mario Draghi: «Erano le fondazioni ha sommessamente tuonato, come nel suo stile, allultima Giornata del Risparmio a sottoscrivere i ripetuti aumenti di capitale che consentivano di attraversare indenni la tempesta finanziaria» al contrario di altri azionisti, come i fondi dinvestimento, «fino al giorno prima così rumorosi nel chiedere aumenti di efficienza e cambi di management, che si volatilizzavano, spesso per sempre».
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