Necropoli, cade un'altra frontiera del Novecento

di FURIO BALDASSI

TRIESTE Hai voglia a dire che non è un evento epocale. I macchinoni targati Kranj o Ljubliana sono quasi la maggioranza, nell'area pedonale vicino al Teatro Verdi. E nessuno si sogna di multarli, forse consci che il parcheggio più vicino qui, nella «città del fare» è al Silos, o giù di lì. Arrivano in massa, in effetti, dalla capitale come dal nord, dal sud, persino da Illirska Bistrica o da Pivka: il tema della serata li giustifica.
Boris Pahor, elegante come si conviene per un evento del genere, stringe mani, commenta, si gode ogni minuto che vive. Perchè un suo lavoro rappresentato interamente in sloveno, come la "Necropoli" di ieri sera, in quello che, a torto o a ragione, veniva finora rappresentato come il simbolo dell'italianità locale, ha un approccio che, solo pochi anni fa, poteva risultare devastante.
Oggi, con un sindaco di centrodestra che è riuscito ad affrancarsi dalle pulsioni nazionaliste e strappa applausi sul palco quando saluta in sloveno e parla di «quella notte a Fernetti» e dei «tre presidenti in piazza Unità», arriva ad essere quello che dovrebbe: una rappresentazione teatrale interetnica, che parla di cose normali, rispolvera una memoria che dovrebbe essere comune, non si concede neanche una battuta che sia meno che politically correct. Una semplice serata a teatro, di quelle che ormai, grazie a Dio, siamo abituati a vedere qui in città e, perchè no, anche nella capitale slovena. Dopo la caduta dei valichi, osserva lo stesso Dipiazza, chiudersi nel proprio particolare non ha più senso.
La cultura non ha frontiere né limiti. Siamo a Trieste, vivaddio, sembra di capire, e la mescolanza è dentro di noi. «Questa è una grande città – assicura dal palco Antonio Calenda, doppio responsabile di "Rossetti" e "Verdi" — proprio perché ha un grande numero di teatri». È il nostro imprinting, insomma, l'apertura mentale, e l'abitudine a convivere con persone di ogni etnìa è la nostra forza.
Pahor la prende più alla larga, forse non gli sembra neanche vero quello che sta vivendo. «Mi sento di dire che quantomeno, con questa manifestazione, molti si sono resi conto che la nostra minoranza esiste. Ed è già un risultato. Inoltre questa è una manifestazione importante legata a un vero cambiamento di cultura. La lingua slovena, ad esempio – sottolinea Pahor – è riconosciuta e tutelata a tutti i livelli sull'altopiano, ma sono convinto che ci arriveremo anche a Trieste, anche se al momento al Comune...».
Domanda da girare subito al sindaco Dipiazza, che però sembra più interessato a godersi la sua luna di miele con la comunità slovena. E commenta, secco, che le maggiori speranze sulla futura, pacifica convivenza, sono legate, ad esempio, «a quei 400 ragazzi italiani, sloveni e croati che, sotto il palco del maestro Muti, ci hanno fatto capire l'importanza della solidarietà. il suo messaggio universale».
La presidente della Provincia, Maria Teresa Bassa Poropat, non si perde una battuta. Sarà, magari, in campagna elettorale, ma quella legata a Pahor è sempre stata una sua battaglia ideale fin da quando Riccardo Illy era presidente della Regione. E inoltre, come responsabile di un'area non esagerata ma importante, evidenzia «l'importanza di sentire le parole di un grande contemporaneo».
In platea, una platea ormai sgranata, tra un applauso e l'altro le assenze si notano. E pesano come macigni, a maggior ragione in un periodo non entusiasmante per il Pdl. Nella lista degli invitati, chissà perché, figurava la moglie di Renzo Tondo ma non il presidente della Regione
himself. Impegni, si capisce, anche se il sospetto legato a una politica matrigna della Regione verso Trieste e soprattutto al dribbling di una questione tuttora spinosa è sempre dietro l'angolo. «Dopo questa serata, fatta pace col nemico, di cosa può parlare la destra – osserva un ospite in vena di confidenze – del tempo forse?»
Fuori dal "Verdi", calma piatta. Non c'è traccia della manifestazione di protesta (ma su cosa?) annunciata, non c'è proprio nessuno. La gente sciama, con gran gioia soprattutto dei lubianesi che arrivano anche da soli, a gruppi, a godersi il lungomare. E si sentono a loro agio in una città che del "nemico" sembra aver fatto ormai storia più che quotidianità, e li accoglie come un vicino di casa. «Trieste? Per noi è una gita fuori porta. La più bella», chiosano Tomaz e Jelka, giovane coppia di Lubiana in città per l'occasione. Da ieri, due amici in più.
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