La pelle di Malaparte il libro che la Chiesa mise subito all'indice

di ALESSANDRO MEZZENA LONA


Il nome d'arte che s'era scelto suonava come uno sberleffo a Napoleone Bonaparte. E più che per i suoi libri, Curzio Malaparte ha sempre fatto parlare di sé per gli atteggiamenti, per i cambi di fronte politico, per le roboanti storie d'amore (come quella con Virginia Bourbon del Monte, vedova di Edoardo Agnelli e madre di Gianni). Per uno stile di vita sopra le righe. Arcifascista prima, arcicomunista poi, individualista dotato di una grande capacità camaleontica sempre, oggi finalmente può essere letto senza il groviglio di emozioni che lo scrittore ha continuato a scatenare fino alla morte, avvenuta il 19 luglio del 1957 a Roma.
La casa editrice
Adelphi, dopo aver tastato il terreno con "Coppi e Bartali", un libro di grande fascino in cui Curzio Malaparte racconta i duelli ciclistici di due campioni immortali, ha riproposto l'anno scorso "Kaputt" e adesso "La pelle" (379, euro 29), curato da Caterina Guagni e Giorgio Pinotti. Ovvero i due romanzi che hanno attirato maggiori lodi, e una caterva di fulmini, sullo scrittore nato a Prato nel 1898 da madre italiana, la milanese Edda Perelli, e dal tintore sassone Erwin Suckert.
Milan Kundera, leggendo "La pelle", non ha esitato a definirlo l'arciromanzo. Il libro di un poeta «che fa male a se stesso e agli altri». E non stupisce più di tanto che il libro di Kurt Erich Suckert, in arte Curzio Malaparte, sia finito subito nell'indice dei libri proibiti dalla Chiesa cattolica. A leggerlo oggi, nella curatissima edizione Adelphi, questo capolavoro non perde la sua forza perturbante. Per la capacità di trasformare gli orrori della guerra in un pirotecnico gioco di fantasia, per il coraggio di allacciare la lezione dei grandi tragici greci (Eschilo è citato in esergo con la frase «Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno», che illumina il senso profondo della storia) con quella dei romanzieri europei più barocchi.
È la Napoli del 1943 che ispira Malaparte, diventato proprio in quel periodo ufficiale di collegamento dell'esercito italiano con il comando alleato, a dare forma a questo affresco. Lo scrittore immagina l'arrivo dei liberatori nel Sud dell'Italia come il diffondersi di un morbo terribile: la peste. Non quella tradizionale che colpisce i corpi, che sconcia i volti, che trasforma in fantocci ributtanti. Ma un virus che si insinua nell'anima, che convince le donne a vendersi, a cedere per poche lire ai nuovi venuti i propri bambini. Che spinge gli uomini a rinunicare al rispetto per se stessi. A scendere a patto con i compromessi più infami.
La Napoli di Malaparte assume i contorni di una città da incubo. L'umanità che brulica nelle strade, nei palazzi della città, finisce per assomigliare a certe creature impossibili di Hieronymus Bosch. Nelle pagine del romanzo si possono incontrare ragazze che, per un dollaro, lasciano che i soldati verifichino la loro verginità; donne con i capelli ossigenati e la pelle bianca di cipria che si coprono il pube con strane parrucche perché «Negroes like blondes»: megere senza scrupoli che mettono in vendita i bambini di Napoli al primo militare marocchino che passa, dimenticando che nel capoluogo campano proprio i bambini sono una delle poche cose rimaste ancora sacre, inviolabili.
La peste di Malaparte è nascosta nelle mani dei liberatori, dei benefattori. Perché, al contrario di quello che suggerisce Eschilo, loro non sono capaci di rispettare i vinti. Finiscono per considerarli tutti traditori, tutti colpevoli. E ai napoletani non resta altra via che quella di rinunciare a se stessi. Non per salvare l'anima, o la libertà, ma soltanto la "schifosa pelle".
In mezzo all'orrore, dove trionfa l'osceno, Malaparte riesce a creare pagine di pura poesia. Come quella in cui Consuelo Caracciolo si spoglia dei suoi abiti preziosi per rivestire una bambina del Pallonetto morta durante un bombardamento. Trasformandola nella Principessa delle Fate. In una piccola divinità che, almeno al cospetto della Morte, potrà presentarsi a testa alta.
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