Agostini: «È bellissimo suonare nella mia Trieste»

TRIESTE «Venire a suonare nella mia città non è come suonare altrove. È uno stato d'animo leggermente diverso, bellissimo. E poi ho trovato l'Orchestra del Teatro Verdi veramente in magnifica forma». Il violinista Federico Agostinisarà il solista nel quarto appuntamento della Stagione Sinfonica, oggi alle 20.30 e domani alle 18, nel Concerto per violino e orchestra n. 1 in sol minore op. 26 di Max Bruch. In programma anche l'ouverture Egmont di Beethoven e la Quarta sinfonia in fa minore op. 36 di Ciaikovskij. Sul podio il maestro Julian Kovatchev.
«Il Concerto di Bruch è uno dei più famosi concerti nel repertorio violinistico - spiega Federico Agostini, che è anche insegnante alla Jacobs School of Music dell'Indiana University Bloomington -. A parte il lato virtuosistico senza dubbio presente in questo pezzo, c'è una grande musica, un grande senso del contrappunto. È tutto molto rapsodico, molto cadenzante, molto improvvisativo. Bisogna dare un'impressione di grande libertà, di grande fantasia».
La sua è una famiglia di musicisti.
«Il nonno, papà del famoso violinista Franco Gulli, aveva un incredibile senso pedagogico. Mi ha messo in mano il violino e me lo ha fatto amare subito. Mi ha dato delle basi piuttosto solide, il suo era tutto fuorché l'insegnamento che in tanti casi mi sembra un po' amatoriale. Sicuramente mio nonno era un uomo sanguigno, aveva un certo temperamento. E ricordo che quando suonavamo i duetti insieme, lui aveva un suono estremamente caldo e toccante. La nonna, pianista, aveva studiato con l'ultimo allievo di Liszt».
Gli altri maestri?
«Bruno Polli, al quale qualche volta mi ribellavo perché mi imponeva un certo tipo di tinteggiature che erano anticonvenzionali. Ma quelle tinteggiature, a prima vista un po' complicate, un po' difficili, mi hanno dato una certa flessibilità nella mano sinistra che altrimenti non avrei avuto. Al Conservatorio di Venezia ho studiato con Renato Zanettovich, un altro triestino. Lui era un musicista di una raffinatezza straordinaria. È stato lui ad insegnarmi che cosa significhi la divisione dell'arco, ad usarlo in una maniera più razionale, più espressiva e pertinente al fraseggio del pezzo che sto suonando».
Maria Cristina Vilardo