Franchi tiratori a Palazzo. Franz eletto al terzo giro

di ROBERTA GIANI


TRIESTE «I finiani! I finiani!». Il centrodestra, in balia dei franchi tiratori, si sfarina come neve al sole? E, in barba ai viaggi disinvolti in auto blu su cui indagano due procure, riabilita a suon di voti (7 su 32) Edouard Ballaman? Una voce stentorea e beffarda, levandosi nel parlamentino supremo del Friuli Venezia Giulia, inchioda fulminea i colpevoli impossibili: «I finiani! I finiani!». È l'irrisione ultima, lo sfregio finale perché Santa Lucia, Montecarlo, e persino Montecitorio sono lontani: i finiani, nonostante le scelte di Roberto Menia, non abitano in piazza Oberdan. Non ancora, almeno. I veleni, i dispetti, le gelosie, i mal di pancia e i capricci, però, circolano abbondanti e trasformano un appuntamento istituzionalmente solenne in un happening di «ragazzacci in vena di goliardia», come dicono i più buoni, o in «un circo indecoroso», come condannano i più cattivi: il centrodestra deve eleggere il nuovo presidente del Consiglio e, sulla carta, ha 35 voti. Ne bastano 30: una passeggiata, invece è un calvario.
Si parte poco dopo le 10. Quasi in perfetto orario. Il vicepresidente Maurizio Salvador conquista lo scranno più alto, quello che Ballaman ha dovuto lasciare, e apre i lavori. Comunica le ormai arcinote dimissioni dell'ex leghista che, spogliatosi di carica, onori e financo di pochette verde padano, siede in seconda fila, tra Antonio Pedicini e Alessandro Tesolat: il Consiglio non discute né vota quelle sofferte dimissioni, il regolamento non lo prevede, ma prende semplicemente atto. E, repentino, volta pagina. Salvador, mentre Franco Brussa lo immortala con il cellulare, apre le votazioni sul nuovo garante dell'istituzione regionale. Maurizio Franz, in gessato grigio chiaro e cravatta azzurrina, è il candidato unico: aspetta in ultima fila, tra i colleghi della Lega, leggermente emozionato. Non l'ha cercato, è capitato, ma è il suo giorno.
L'aula è (quasi) piena, come nelle grandi occasioni, Renzo Tondo e una giunta dove le nomine dei dirigenti lasciano ferite e musi lunghi si presentano (quasi) al completo e nelle file di maggioranza mancano solo Elio De Anna e Franco Dal Mas, mentre Massimo Blasoni arriverà in ritardo. Non è un problema: i voti che servono ci sono, e sin dall'inizio. Il copione, teoricamente, è scontato.
Solo teoricamente, però. Gianfranco Moretton, capogruppo del Pd, interviene a nome dell'intera opposizione, manifesta «stima» a Franz, ma condanna la sua investitura dall'alto «appresa a mezzo stampa», critica la mancanza di un confronto con l'opposizione, infine annuncia l'Aventino: «Non partecipiamo al voto». Sorride sotto i baffoni pregustando lo spettacolo imminente? Vallo a sapere. I consiglieri del centrodestra, padroni assoluti del campo, ritirano le schede e votano nel segreto dell'urna. Ma in dieci, quasi uno su tre, disobbediscono agli ordini di scuderia: Franz prende solo 22 voti, Ballaman ne ottiene 7. Come i leghisti di Palazzo: «Quelli del Pdl l'hanno fatto apposta. Ma noi abbiamo votato compatti il nostro candidato» sbotterà, più tardi, il capogruppo del Carroccio Danilo Narduzzi.
In aula si apre il secondo giro di valzer. Prima, però, Ballaman riconquista la scena e la parola. Ringrazia i sette consiglieri che hanno scritto il suo nome: «Ma li invito a votare Franz». L'ascoltano in due. Troppo pochi: il presidente in pectore, stavolta, si ferma a 24 voti. L'opposizione, quasi incredula, assiste alle disgrazie altrui: «Stavolta noi non c'entriamo proprio» scherza Giorgio Brandolin. Ma Alessandro Tesini, l'ex presidente, quasi soffre: «Risparmiateci 'sto supplizio».
Salvador riparte e ricomincia la "chiama": Agnola, Alunni Barbarossa, Antonaz... È la terza volta ed è quella buona: servono solo 17 voti, la maggioranza dei voti validi, un'inezia. Ma proprio adesso, quando non sono più decisivi, i franchi tiratori si ravvedono quasi in blocco: Franz ottiene 29 voti su 32 voti validi. È eletto. Applausi in sala.
Il neo-presidente si alza. E, tra strette di mano e auguri, raggiunge il nuovo posto: ringrazia tutti e, in particolare, la commissione alle Attività produttive, la sua "casa" sino a ieri, poi confida l'emozione, promette massimo impegno e chiede la collaborazione generale. Cita, tra le priorità, la riforma federalista, la sfida della competitività, il clima di sfiducia verso la classe politica «che sta a noi recuperare».
Fuori dall'aula, però, si scatena la "caccia" ai colpevoli. Ai "sabotatori" che svelano i conflitti intestini del centrodestra. C'è chi addita il gruppo misto, chi scomoda l'Udc, chi i leghisti pordenonesi, ma tutti concordano: i franchi tiratori, in gran parte, si annidano nel Pdl. Questione di aritmetica. Ed ecco, allora, che c'è chi tira in ballo Antonio Pedicini e i pordenonesi, chi gli ex aennini, chi i triestini. «Figurarsi, è sempre colpa nostra» ironizza Bruno Marini.
Ma qual è il movente? C'è chi evoca il fastidio pidiellino per le prepotenze leghiste, chi i timori (non solo) triestini in chiave amministrative, chi il rinnovo delle presidenze di commissione, ma i più criticano il metodo di designazione del successore di Ballaman... Nulla di personale: «Il problema non è Franz, ma la gestione della vicenda» assicura, deciso, Pedicini. Un collega aggiunge: «La verità vera? Non c'è stato un movente, ma tanti moventi diversi. Il malessere, dentro il Pdl, è innegabile». Minimizza il capogruppo Daniele Galasso: «Alla fine abbiamo mantenuto gli impegni». E, a chi critica il metodo di designazione, ricorda l'assenza di margini di manovra: «O si volevano alterare gli equilibri di giunta?». L'opposizione, pur rinnovando la stima a Franz, infierisce: i Cittadini parlano di scollamento del centrodestra e di mancanza del senso delle istituzioni, l'Italia dei valori definisce «lesivi» del prestigio di Palazzo i sette voti concessi a Ballaman, nonostante l'affaire dell'auto blu, mentre il Pd smaschera i conflitti del centrodestra. «La maggioranza è come un vulcano in eruzione che prima o poi esploderà» sintetizza Moretton.
Dentro l'aula, intanto, il neo-presidente chiude il suo intervento e augura a tutti «buon lavoro». In friulano. «Buon lavoro? Speriamo, ma se questo è l'andazzo....» mormora, sconsolato, un inquilino di lungo corso.
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