È triestino il più vecchio astronomo italiano vivente: una carriera trascorsa tra Osservatorio e Università

di FABIO PAGAN


TRIESTE«Nel silenzio della notte, eravamo finalmente soli: io e la stella. Tutta la notte al telescopio, fino all'alba. Era un bel lavoro. Ma per me è sempre stato un hobby, più che un lavoro».
Bruno Cester rievoca felice le tante notti passate a osservare le stelle, a misurarne l'intensità della luce attraverso l'abisso dello spazio. Triestino di nascita, ha compiuto novant'anni: è il più vecchio astronomo italiano vivente. Ed è stato, a Trieste, l'ultimo vero "osservatore", di quelli con l'occhio al telescopio. Chi è venuto dopo di lui ha lavorato soprattutto al computer, manovrando telescopi con specchi di 8 o 10 metri di diametro piazzati sulle Ande o in cima ai vulcani spenti delle Hawaii. O addirittura in orbita attorno alla Terra.
Eppure l'astronomia non fu una vocazione precoce per il professor Cester. Seduto sul divano della sua abitazione in piazza Vico, giusto sotto la storica sede dell'Osservatorio, si abbandona al flusso del tempo passato: «È vero. Da ragazzo preferivo giocare a pallavolo e a pallacanestro, a Milano vinsi con la mia squadra un torneo italiano. E cantavo nel coro del Crda, ho una voce da baritono. Cominciai ad appassionarmi all'astronomia studiando fisica e matematica».
Si iscrive all'Università nel 1939. Ma quando scoppia la guerra è costretto a lasciare i libri per la divisa. «Tornai a studiare solo nel 1945 - racconta. - Non avevo neppure finito gli esami del secondo anno e dovetti mettermi sotto per ricuperare il tempo perduto». Ma per sei mesi lavora in Prefettura per il Governo militare alleato, è a capo dell'ufficio che dava i visti per uscire dalla città: «Mi ero buttato a imparare l'inglese, si guadagnava che era una bellezza».
Cester si laurea nel 1947 con una tesi in astronomia: «Era un lavoro piuttosto barboso di carattere storico e statistico sulla distribuzione delle stelle nello spazio. Scrissi la tesi tutta a mano, in due copie». Suo relatore è il direttore dell'Osservatorio, Ettore Leonida Martin, gran barba bianca, il prototipo del barone accademico.
Il giorno stesso della tesi Martin gli chiede: «Avrebbe voglia di fare qualcosa in astronomia? Bene, venga domattina alle 8 in Osservatorio». Un lavoro pagato? «No, macché! Tanto è vero che per mantenermi andai a insegnare matematica al Dante. Ma le ore libere le passavo all'Osservatorio».
Non erano tempi facili in via Tiepolo: «Martin abitava a Padova, veniva a Trieste per le lezioni e gli esami. Così mi lasciò praticamente da solo. C'erano un custode e il vecchio Lacchini, un cultore di stelle variabili. Qualche anno più tardi arrivò Alberto Abrami, che si occuperà in seguito di radioastronomia».
All'Osservatorio, in realtà, si poteva fare ben poco. Anche perché nel giugno del 1944 la cupola era stata colpita in quel primo terribile raid aereo alleato su Trieste. Per fortuna, nei mesi precedenti, gli strumenti erano stati smontati e messi al sicuro in cantina. «Osservavamo le stelle variabili con un piccolo telescopio o addirittura col binocolo - ricorda Cester. - E avevamo una vecchia calcolatrice che funzionava a manovella. Feci così la mia prima ricerca, sulle stelle doppie e variabili».
Ricostruita la cupola, si cominciò a far misure delle stelle doppie grazie al vecchio telescopio Reinfelder: «Un ottimo strumento, tutto in legno, l'obiettivo di 25 centimetri era una meraviglia. Certo, manovrarlo non era semplicissimo. Più o meno ogni ora dovevamo caricare un peso che poi, scendendo lentamente, faceva muovere lo strumento e gli consentiva di seguire la rotazione della volta celeste. E ogni tanto bisognava dare a mano una sterzata alla cupola».
C'è un aneddoto che Cester ama raccontare: «Nei sotterranei dell'Osservatorio avevamo in realtà un telescopio molto più grande, con lo specchio da 50 centimetri. Più volte si era insistito con il direttore per rimetterlo in funzione. Invano. Finalmente, un giorno, Martin dà l'ordine di portarlo fuori. Assieme al tecnico Cimarosti rimontiamo lo strumento e lo installiamo in fondo al giardino. Tutti contenti, diciamo a Martin: "Professore, venga a vederlo, funziona!". La risposta ci gelò: "Bene! Ora potete smontarlo e riportarlo in cantina". Così andavano le cose, allora...».
Nel 1964 Margherita Hack sostituiva Martin alla direzione dell'Osservatorio, e le cose cambiarono radicalmente. Ma in quegli anni – pare incredibile – era ancora possibile fare osservazioni astronomiche dal giardino dell'Osservatorio, con un fotometro si misurava la magnitudine delle stelle. Meglio dopo la mezzanotte, quando al Castello spegnevano le luci del Bastione fiorito. Poi si aprì la succursale di Basovizza, dove trovarono posto i nuovi telescopi da 50 centimetri e da un metro. Ma anche il Carso, ben presto, divenne impraticabile per la ricerca a causa dell'inquinamento luminoso. E oggi a Basovizza si può fare solo attività didattica e divulgativa.
Ma Cester è stato anche un maestro di scienza. Nel 1950 aveva vinto il concorso all'Università, dove insegnò dapprima Meccanica razionale, poi Fisica del primo anno, poi Astrofisica (anche alla Sissa). La passione per l'insegnamento segnerà tutta la sua vita professionale. Quando all'Osservatorio hanno organizzato una festa per i suoi novant'anni, gli studenti d'un tempo gli hanno regalato una targa su cui si legge tra l'altro: «Al professor Bruno Cester, che ha comunicato a tante generazioni di scienziati la passione per l'astronomia, con una limpida capacità didattica ed una profonda dottrina scientifica».
Oltre alle lezioni universitarie (poi raccolte in un "Corso di astrofisica" di 400 pagine, edito nel 1984 da Hoepli), Cester ha tenuto centinaia di conferenze divulgative a ogni livello. Per molti anni, per conto dell'Università popolare, andò nelle città dell'Istria e a Fiume e svolse corsi regolari per l'Università della Terza età fin dal suo inizio, per oltre un ventennio. E non vanno dimenticate le mappe del cielo che Cester preparava sia per la rivista "l'Astronomia", sia per il magazine settimanale che tra gli anni Settanta e Ottanta usciva in abbinamento con "Il Piccolo".
Ha tenuto la sua ultima lezione all'Università nel 1990. Ricorda: «Per un'ora e mezzo ho parlato delle mie amatissime stelle doppie, queste coppie di stelle che sono ben più numerose delle stelle singole e di cui sappiamo ancora poco. E ho raccontato come avviene che una di queste stelle cominci a strappar via materia alla sua compagna, spolpandola a poco a poco. Una specie di cannibalismo stellare».
Cester è nato dieci anni prima che Edwin Hubble scoprisse la "fuga" delle galassie e l'espansione dell'Universo. Un tema che lo intriga: «Si pensava che l'Universo si sarebbe dilatato fino a un certo punto e poi sarebbe tornato indietro, collassando. E invece si è visto in questi anni che l'Universo sta accelerando la sua velocità di espansione. E allora a un certo punto le galassie cominceranno a frantumarsi, le stelle si disperderanno. Il cosmo si raffredderà sempre più, andrà incontro alla morte termica... E poi pare che la materia visibile sia solo una piccola frazione della materia totale. C'è la materia oscura, c'è l'energia oscura... Cerco ancora di star dietro a queste cose. Mi affascinano, mi divertono».
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