di PIETRO SPIRITO

È a lei che un giovanissimo Vittorio De Sica canta la canzone «Parlami d'amore Mariù» nel film «Gli uomini che mascalzoni» del 1932. Mariuccia, la ragazza per cui l'autista Bruno perde al testa fino a perdere anche il lavoro era interpretata da un'attrice triestina, Lya Franca, al secolo Livia Penso. Una stellina del firmamento cinematografico dei primi del Novecento di cui, dopo quel film diretto da Mario Camerini, si persero le tracce, come accadde a tante giovani meteore di celluloide del tempo dei telefoni bianchi. Sui testi di storia del cinema il nome di Lya (o Lia, con la "i") Franca appare solo in poche righe. Eppure la sua figura è emblematica e rappresentativa di un'era del cinema in cui lo star-system italiano ricalcava stili e modi del divismo d'oltreoceano, e Trieste occupava un posto tutto suo nella galassia della settima arte in mutamento, agli albori del sonoro, in cui si gettano le fondamenta delle future e fortunate stagioni della cinematografia italiana. È in questo effervescente panorama che si colloca la figura di Lya Franca, sulla quale sta adesso cercando di fare luce un appassionato cinefilo, Maurizio Radacich, che lo scorso anno ha già pubblicato una raccolta di materiali biografici su un'altra "starlet" triestina di quegli anni, Marcella Battellini in arte Lola Salvi. Collaboratore del festival "I mille occhi" che ha fatto della retrospettiva d'antan il suo marchio distintivo, Radacich si è messo in caccia di qualsiasi notizia relativa alla vita e l'opera di Lya Franca, lanciando persino un appello pubblico rivolto a chiunque possa fornire foto, notizie o documenti sulla piccola diva triestina (rivolgersi allo stesso Radacich al numero 3392539712 e-mail: radacich@alice.it).
«La carriera artistica di Lya Franca - spiega Radacich - non conta un consistente numero di partecipazioni a film: fino ad oggi siamo riusciti ad individuare solo cinque titoli con il suo nome: "Arietta antica", cortometraggio del 1930, "La stella del Cinema" (1931), altro corto, e i film "Resurectio" (1930-1931), "Corte d'assise" (1931) e "Gli uomini che mascalzoni" (1932)». «E fu con questo film - prosegue il biografo - che Lya Franca ottenne la consacrazione della critica, prima di scomparire dalla scena. Al culmine del successo lasciò la carriera artistica per sposarsi con l'allora aiuto regista Mario Sequi, dopodiché non se ne sa più nulla, tranne che è morta a Roma nel 1988».
Lya Franca nasce a Trieste nel 1912, e viene battezzata nella chiesa di Sant'Antonio Nuovo con il nome di Livia Caterina Petra Penso. Livia ha appena 14 anni quando, nel 1926, la sua concittadina Marcella Battellini vince il concorso indetto dalla Fox Film Corporation, che è alla ricerca di nuovi volti da lanciare del firmamento hollywoodiano per riempire il vuoto lasciato da Rodolfo Valentino, simbolo dell'italica bellezza morto a New York nell'agosto di quell'anno. Al concorso partecipano quarantamila uomini e trentamila donne, e dopo una spietata selezione alla finale di Roma risultano vincitori Alberto Rabagliati per la categoria maschi e appunto Marcella Battellini per le donne. La notizia che un'anonima ragazza di Trieste ha l'opportunità di calcare le dorate scene dell'empireo di Hollywood scatena in città un vasto battage mediatico, ma soprattutto dà la stura alle fantasie di migliaia di "mule".
Livia Penso è una di loro, e quando, sempre sulla scia dell'effetto-Battelini, un'altra casa cinematografica fiuta l'affare e indice in città il primo concorso di Miss Trieste abbinato alla segnalazione di nuovi volti per il cinema americano, Livia si precipita senza pensarci due volte. È il 1927, le partecipanti al concorso sono migliaia, e le selezioni si svolgono al Cinema del Corso. Viene anche girato un corto sulle finaliste dal titolo "Il trionfo di Venere", proietatto con successo nello stesso cinema dal 20 al 23 maggio 1927. Risultano vincitrici del concorso Argelia Lazardi, Ermy Metlica e, va da sé, Livia Penso. Secondo il programma nomi e volti delle vincitrici dovrebbero essere inviati alla Paramount, dove però non risulta siano mai arrivati. Nessuna delle tre vincitrici verrà scritturata negli States.
Ma Livia non si perde d'animo. Vuole diventare una diva a ogni costo, così scappa di casa e va a Torino, dritto negli studi della casa cinematografica Società Anonima Pittaluga. Il direttore della Pittaluga la riceve, ma le consiglia di pazientare, troppo giovane per entrare nel mondo dello spettacolo - le dice - meglio che ritorni a casa.
«Cosa successe dopo il rientro a Trieste rimane un mistero - spiega Maurizio Radacich - sta di fatto che un bel giorno lo stesso direttore della Pittaluga che l'aveva ricevuta a Torino la ritrova a Roma impegnata su un set: la ragazza triestina era riuscita in un modo o nell'altro a farsi assumere in qualità di attrice».
Inizia così la carriera artistica di Livia Penso, che molti giornali hanno già patriotticamente ribattezzato "Libia" e che nel frattempo ha preso il nome d'arte di Lya Franca. La sua brevissima carriera, iniziata nel 1930,avrà termine nel 1932 proprio con il film «Gli uomini che mascalzoni» e con la canzone a lei dedicata «Parlami d'amore Mariù». Il ruolo consacra Lya Franca nel mondo cinematografia italiana e mondiale: il film avrà versioni in inglese (Waht Scoundrels Men Arel), francese (Hommes, quels mufles) e spagnolo (Qué sinverguenzas son los hombres). Ma proprio quando è all'apice della carriera Livia-Libia Penso preferisce ritirarsi e sposarsi, abbandonando così i suoi sogni di celluloide.
«Non è un caso che una diva-meteora come Lya Franca sia di Trieste - spiega il critico Sergio Grmek Germani, direttore del festival "I mille occhi" - perché la città ha, in generale, una presenza nascosta dentro quello che è noto come l'"immaginario" cinematografico, una presenza che cancella le proprie tracce più che evidenziarle». «Ma in ciò - continua Germani - per paradosso Trieste s'incontra con la natura più vera del cinema, che non è fatta di visibilità evidenti ma di zone segrete che ogni spettatore si sorprende di scoprire. Non a caso gli appassionati di "starlet" sono gli alleati più preziosi del nostro festival, che ogni anno sceglie come icona una splendida presenza femminile caduta nei vuoti della vita e del cinema: quest'anno sarà l'immagine di Marta Toren, la diva effimera da cui la Loren coniò il proprio nome d'arte. E nel 2011 sarà la volta di Lya Franca».
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