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Ferenc Körmendi, lo scrittore che lasciò l’Ungheria perché non amava né i fascisti né i comunisti

di ALESSANDRO MEZZENA LONA


Avrebbe potuto prendere la sua vita, così com’era, e trasformarla in un romanzo. A rileggere oggi la biografia dello scrittore ungherese
Ferenc Körmendi viene da pensare, infatti, che dietro quel groviglio di successi e di disgrazie si sia nascosto un abile regista. Uno sceneggiatore abituato a inventare le storie per il palcoscenico, per il grande schermo.
Adesso, quella vita da romanzo di Körmendi ritorna sotto i nostri occhi perché la casa editrice Bompiani ripropone uno dei suoi libri più popolari e amati: ”Un avventura a Budapest” (pagg. 485, euro 19), nella traduzione rivista di Silvino Gigante. Ad accompagnare questo fluviale bestseller che riemerge dall’inizio del Novecento è un’illuminante postfazione firmata dallo scrittore triestino, ma ungherese d’origine, Giorgio Pressburger.
«I ragazzi nati attorno all’anno 1900 avrebbero dovuto costituire ”La generazione felice”, per dirla con il titolo di uno dei romanzi più conosciuti di Körmendi - scrive Pressburger -. In realtà, le loro vite furono segnate indelebilmente da eventi tragici (come la Prima guerra mondiale, la Grande depressione, e le sanguinarie dittature del secolo scorso)».
I conti con la vita, Körmendi si è trovato a farli quando aveva appena diciott’anni La morte del padre avvocato lo costrinse a interrompere gli studi. E anche se le sue ambizioni letterarie cominciavano a prendere forma, lui provò a vivere con i soldi di famiglia, con alcune collaborazioni. Ma alla fine fu costretto a ripiegare su un lavoro più sicuro: un posto da impiegato in banca. Anche il suo debutto da romanziere fu tutt’altro che tranquillo: gli editori ungheresi, infatti, non sembravano affatto interessati al suo ”Un avventura a Budapest”. Proprio in quel periodo venne bandito un importante concorso internazionale che faceva capo a case editrici inglesi e americane. E il giovane Ferenc decise di far tradurre la sua storia in fretta e furia e di spedirla. Riuscì a vincere e ottenne un successo immediato. In breve tempo, il libro uscì in 22 Paesi.
Körmendi non riusciva a convivere con le ideologie totalitarie. Guardava con antipatia il suo Paese che aveva dedicato una piazza a Benito Mussolini, proprio a Budapest, dove Galeanno Ciano era un ospite sempre ben accolto quando andava a teatro o ai concerti. Ma non risparmiò critiche nemmeno al governo lampo del comunista Béla Kun, che durò solo tre mesi e fu fatto fucilare da Stalin nel 1930.
Insomma, nonostante il successo mondiale, Körmendi fu costretto ad abbandonare la sua Ungheria per ben due volte. Se ne andò per la prima volta in Inghilterra nel 1939, quando l’ombra nera del nazismo si stava allargando sull’intera Europa. Ovviamente si diede da fare, ai microfoni della Bbc, per far sapere a tutti quanto fosse pericoloso il dilagare del fascismo e del Verbo del Reich. Come lui, anche Sándor Márai e Béla Bártok avrebbero scelto la via dell’esilio.
Ma il suo calvario non era finito. Nel 1948, Körmendi provò a riannodare i fili con la sua terra. Racconta Pressburger: «Partecipò alla Giornata del Libro con un volume intitolato ”Così cominciò”. in cui descrive l’avvento del fascismo e del nazismo nel suo amato paese». Anche in quel caso, però, non venne accolto come sperava. Erano anni di ”zdanovismo” imperante, dall’Unione Sovietica arrivava il vento di una censura feroce che emarginava tutti gli autori accusati di raccontare storie borghesi. Di essersi piegati al capitalismo. Insomma, la ”liaison” si interruppe in gran fretta e Körmendi riprese la via dell’esilio. Prima in Brasile, poi negli Stati Uniti dove morì nel 1972.
Se quando l’Ungheria flirtava con il fascismo i suoi romanzi erano stati definiti ”ponyva”, cioè libri da vendere al mercato, di bassa qualità, e sotto il tallone del realismo socialista venivano bollati di svenevolezza borghese, oggi che sensazioni si provano a leggere un romanzo come ”Un avventura a Budapest”? Fin dalle prime pagine, viene da pensare che Körmendi era molto bravo a tratteggiare i personaggi, a costruire gli intrecci. Il libro è ambientato sul finire degli anni Venti. Un gruppo di amici, da anni, continua a ritrovarsi sempre nello stesso caffè per fare progetti, per sognare l’impossibile. Proprio uno di loro, lo spiantato Keleman, sbirciando casualmente una rivista in sala d’attesa dal dentista scopre che un loro vecchio compagno di scuola, Anton Kádár, uno ritenuto da tutti un mediocre, ha fatto gran fortuna in Sudafrica.
Che fare? Semplice: gli ex amici decidono di invitarlo a Budapest. Bisogna spremere il vecchio compagno di scuola per tentare di fermare la sfortuna. E il bello è che lui decide di ritornare in Ungheria, portandosi appresso la moglie. E un bagaglio pieno zeppo di ricordi, di storie, di cuori spezzati e amicizie finite male. Un mondo apparentemente frivolo, ma sotto sotto dolente e sfaccettato, che Körmendi racconta con il piglio di consumato visionario.
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