28 luglio 2010 —
pagina 21
sezione: Cultura - Spettacolo
di ALESSANDRO MEZZENA LONA
Avrebbe potuto prendere la sua vita, così comera, e trasformarla in un romanzo. A rileggere oggi la biografia dello scrittore ungherese Ferenc Körmendi viene da pensare, infatti, che dietro quel groviglio di successi e di disgrazie si sia nascosto un abile regista. Uno sceneggiatore abituato a inventare le storie per il palcoscenico, per il grande schermo.
Adesso, quella vita da romanzo di Körmendi ritorna sotto i nostri occhi perché la casa editrice
Bompiani ripropone uno dei suoi libri più popolari e amati:
Un avventura a Budapest (pagg. 485, euro 19), nella traduzione rivista di Silvino Gigante. Ad accompagnare questo fluviale bestseller che riemerge dallinizio del Novecento è unilluminante postfazione firmata dallo scrittore triestino, ma ungherese dorigine, Giorgio Pressburger.
«I ragazzi nati attorno allanno 1900 avrebbero dovuto costituire La generazione felice, per dirla con il titolo di uno dei romanzi più conosciuti di Körmendi - scrive Pressburger -. In realtà, le loro vite furono segnate indelebilmente da eventi tragici (come la Prima guerra mondiale, la Grande depressione, e le sanguinarie dittature del secolo scorso)».
I conti con la vita, Körmendi si è trovato a farli quando aveva appena diciottanni La morte del padre avvocato lo costrinse a interrompere gli studi. E anche se le sue ambizioni letterarie cominciavano a prendere forma, lui provò a vivere con i soldi di famiglia, con alcune collaborazioni. Ma alla fine fu costretto a ripiegare su un lavoro più sicuro: un posto da impiegato in banca. Anche il suo debutto da romanziere fu tuttaltro che tranquillo: gli editori ungheresi, infatti, non sembravano affatto interessati al suo Un avventura a Budapest. Proprio in quel periodo venne bandito un importante concorso internazionale che faceva capo a case editrici inglesi e americane. E il giovane Ferenc decise di far tradurre la sua storia in fretta e furia e di spedirla. Riuscì a vincere e ottenne un successo immediato. In breve tempo, il libro uscì in 22 Paesi.
Körmendi non riusciva a convivere con le ideologie totalitarie. Guardava con antipatia il suo Paese che aveva dedicato una piazza a Benito Mussolini, proprio a Budapest, dove Galeanno Ciano era un ospite sempre ben accolto quando andava a teatro o ai concerti. Ma non risparmiò critiche nemmeno al governo lampo del comunista Béla Kun, che durò solo tre mesi e fu fatto fucilare da Stalin nel 1930.
Insomma, nonostante il successo mondiale, Körmendi fu costretto ad abbandonare la sua Ungheria per ben due volte. Se ne andò per la prima volta in Inghilterra nel 1939, quando lombra nera del nazismo si stava allargando sullintera Europa. Ovviamente si diede da fare, ai microfoni della Bbc, per far sapere a tutti quanto fosse pericoloso il dilagare del fascismo e del Verbo del Reich. Come lui, anche Sándor Márai e Béla Bártok avrebbero scelto la via dellesilio.
Ma il suo calvario non era finito. Nel 1948, Körmendi provò a riannodare i fili con la sua terra. Racconta Pressburger: «Partecipò alla Giornata del Libro con un volume intitolato Così cominciò. in cui descrive lavvento del fascismo e del nazismo nel suo amato paese». Anche in quel caso, però, non venne accolto come sperava. Erano anni di zdanovismo imperante, dallUnione Sovietica arrivava il vento di una censura feroce che emarginava tutti gli autori accusati di raccontare storie borghesi. Di essersi piegati al capitalismo. Insomma, la liaison si interruppe in gran fretta e Körmendi riprese la via dellesilio. Prima in Brasile, poi negli Stati Uniti dove morì nel 1972.
Se quando lUngheria flirtava con il fascismo i suoi romanzi erano stati definiti ponyva, cioè libri da vendere al mercato, di bassa qualità, e sotto il tallone del realismo socialista venivano bollati di svenevolezza borghese, oggi che sensazioni si provano a leggere un romanzo come Un avventura a Budapest? Fin dalle prime pagine, viene da pensare che Körmendi era molto bravo a tratteggiare i personaggi, a costruire gli intrecci. Il libro è ambientato sul finire degli anni Venti. Un gruppo di amici, da anni, continua a ritrovarsi sempre nello stesso caffè per fare progetti, per sognare limpossibile. Proprio uno di loro, lo spiantato Keleman, sbirciando casualmente una rivista in sala dattesa dal dentista scopre che un loro vecchio compagno di scuola, Anton Kádár, uno ritenuto da tutti un mediocre, ha fatto gran fortuna in Sudafrica.
Che fare? Semplice: gli ex amici decidono di invitarlo a Budapest. Bisogna spremere il vecchio compagno di scuola per tentare di fermare la sfortuna. E il bello è che lui decide di ritornare in Ungheria, portandosi appresso la moglie. E un bagaglio pieno zeppo di ricordi, di storie, di cuori spezzati e amicizie finite male. Un mondo apparentemente frivolo, ma sotto sotto dolente e sfaccettato, che Körmendi racconta con il piglio di consumato visionario.
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