Restano poche immagini e testimonianze dell'eccidio in cui i nazisti uccisero 287 civili, compresi i bambini

di ROBERTO SPAZZALI Sulla strada Trieste-Fiume, in prossimità del bivio di Rupa, c'è un cartello stradale che indica "Lipa Memorial" senza troppe altre informazioni. Merita una deviazione. Nel piccolo paese di Lipa c'è un piccolo museo fatto di cose povere e una grande fotografia: si scorge un soldato tedesco che spinge verso il fuoco un bambino che cerca disperatamente di uscire da una casa in fiamme. Pare che sia una fotografia "rubata" da un rollino di scatti consegnati da un soldato tedesco a un gabinetto fotografico di Villa del Nevoso. Il tecnico vide qualcosa di terribile in quell'immagine e decise di farsi una copia per sé. Per la storia.
Quella fotografia e quelle povere cose sono quello che resta della strage di Lipa: 287 civili massacrati il 30 aprile 1945 da un reparto del battaglione Ss-Karstwehr, probabilmente comandato dal tenente Arthur Walther, responsabile poi dei rastrellamenti e delle distruzioni di Sejane, Mune Grande, Mune Piccolo nella Ciceria. Sull'esatto luogo dell'eccidio, dove quella povera gente, contadini allevatori, operai che lavoravano a Fiume, per lo più croati – "allogeni" come si diceva allora -, fu concentrata e uccisa, è stato costruito dopo la guerra un sobrio cimitero monumentale; più in là il paese è rinato sulle rovine di quello distrutto.
Ogni anno il 30 aprile, si ritrovano i pochi anziani superstiti, e i parenti di quei morti, a ricordare quella terribile data: 287 morti, una strage che può essere paragonata a quella di Boves, Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, forse completamente dimenticata in Italia. Eppure lì, nell'aprile 1944, era ancora Italia, anche se sotto il tallone nazista.
Ne ha scritto sobriamente nel 2003 Rodolfo Decleva sulla "Fiume. Rivista di studi adriatici" che si stampa a Roma, curando anche una ricerca personale che gli ha permesso di ricostruire, grazie a testimonianze dirette e indirette, alcuni importanti frangenti; se ne parla sommariamente nel dizionario della Resistenza e nell'atlante della lotta di liberazione curato dall'Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Importanti informazioni si possono ricavare dal fondamentale volume di Stefano Di Giusto "Operationszone Adriatisches Künstenland". E anche da altre pubblicazioni. Insomma, il quadro è chiaro.
Nella primavera 1944 tra i vertici militari tedeschi si stava realizzando la percezione di un imminente sbarco alleato nell'Adriatico nord-orientale e l'aumento dell'azione partigiana nell'Istria centrale e lungo le rotabili per Trieste e Villa del Nevoso ne era, per loro, prova inequivocabile. Di questo erano convinti, pertanto decisero di dare una bella ripulita all'intera zona anche per provare l'efficienza delle neo costituite Ss-und Platzkomandatur insediate nelle province del Litorale Adriatico e coordinate dall'Ss gruppenführer Odilo Globocnik. La zona in questione ricadeva sotto la giurisdizione della Ss–und Polizeikdr. di Fiume diretta prima dall'Ss–Sturmbannführer Ernst Lerch e poi dal pari grado Georg Traub.
Il 24 aprile 1944 iniziava una vasta e pianificata operazione di rastrellamento l'Unternehmen Braunschweig, che si concluderà il 6 maggio, divisa in tre fasi. Tutta l'attività è diretta personalmente da Globocnik per tramite dell'ufficiale di collegamento maggiore Klennert dell'ufficio operazioni della 278 divisione di fanteria: prevedeva un ampio dispiego di uomini e mezzi anche corazzati, della Wehrmacht, della polizia, della Sipo, di reparti speciali del Bandenjagkommando e di 150 militi della Milizia Difesa Territoriale comprendente pure elementi della compagnia autotrasportata Mazza di ferro.
Secondo una testimonianza raccolta dal Decleva, a Rupa c'era un piccolo presidio della Milizia Difesa Territoriale spesso bersaglio dei tiri di mortaio 81 dei partigiani, mai individuato e forse piazzato tra Lipa e Novocracina, che non avevano prodotto alcuna reazione da parte dei militi i quali, evidentemente, cercavano di convivere con una difficile situazione di assedio.
Il 30 aprile 1944 si ferma a Rupa un autoblinda tedesca, e mentre l'equipaggio fa rifornimento d'acqua è colpita da una granata che uccide due soldati; il carrista superstite chiede immediato soccorso al caposaldo di Castelnuovo che invia una colonna Ss comandata dal tenente Walther il quale invita gli italiani di rimanere al loro posto e quindi procede alla rappresaglia su Lipa. Nella colonna, secondo la testimonianza raccolta da Decleva, c'erano pure delle Ss ucraine del battaglione Triest di stanza a San Sabba, in Risiera.
Non ci sono rapporti ufficiali che documentano l'eccidio da parte tedesca: si sa che l'Ss-Karstwehr-Btl. circondò e bruciò il paese dopo aver tirato fuori dalle case gli abitanti e concentrati in un edificio dirottato, mentre le abitazioni erano date alle fiamme; furono uccisi contadini lungo la strada e nei campi. Ci furono pochi testimoni, come Ivan Ivancich, che pur ferito si finse morto vicino al cadavere della moglie, oppure Maria Africh, che ricorda di essersi salvata perché un milite italiano, a lei sconosciuto, le permise di scappare dalla sua casa e quindi sottrarsi a morte sicura. Quindi non solo tedeschi sul posto ma anche qualche italiano, come i documenti tedeschi comprovano nella pianificazione dell'operazione.
Il 6 maggio 1944 il rastrellamento si completava con le seguenti cifre: 250-392 morti e 770-1865 prigionieri tra i partigiani (le cifre oscillano secondo i dati della Wehrmacht e delle Ss/Polizei), 11 morti e 24 feriti tra i tedeschi. Silenzio totale, invece, su quello accaduto a Lipa. Nemmeno nella relazione dell'Ss-Obersturmführer Helmut Prasch, consegnata a Globocnik tre giorni più tardi. Si accenna solo a "11 capanne" e diverse caverne incendiate.
Interessanti alcune considerazioni, o meglio alcuni "insegnamenti": i partigiani erano molto attenti, seguivano le mosse dell'avversario e le comunicavano tra loro con l'uso di razzi bianchi; i tedeschi avevano rinunciato al loro inseguimento, i mezzi corazzati avevano dato scarsa prova causa le interruzioni stradali e le scarpe dei soldati non valevano nulla: in una settimana di marcia erano andate a pezzi. Eppure, per il maggiore Prasch era stato un successo; scriveva infatti: "Ci si dirige solo verso le case (birra!) mentre il territorio circostante ai paesi rimane intoccato. I banditi sanno bene che le case vengono perquisite, quindi le evitano. Le voci di sbarco nemico, scioperi per il primo maggio non si sono avverate. Timore e rispetto per le truppe tedesche sono diffusi».
Secondo una testimonianza, il comandante del presidio italiano di Rupa fu poi individuato a Trieste, portato nel paese e impiccato. Ma agli abitanti di Rupa, secondo le ricerche di Decleva, non risulta che tale esecuzione sia avvenuta.
287 morti, altri dicono 269, ma la cifra poco importa, per una strage rimasta nelle pieghe delle pagine di storia.
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