Salvatores: «L'arte di Petrus nel mio film»

di LISA CORVA


L'ultimo film di Gabriele Salvatores, "Happy Family" (ora nelle sale), è tutto girato a Milano ma ha Trieste nel cuore. Anzi, nel letto. Già, perché la scena happy ending del film, l'unica scena di sesso, è sotto a un grande, poetico quadro di Trieste...
Come mai? L'abbiamo chiesto direttamente a Salvatores: «Ho scelto, per arredare il loft del protagonista del film, i quadri di Marco Petrus, il pittore di origine friulana che sto scoprendo adesso: e i suoi quadri mi hanno conquistato. Questa è la Milano che ho cercato di raccontare, una Milano vista dal basso verso l'alto, così come lui la dipinge e la racconta, da anni».
Ed è proprio così: il film, che ha come protagonista Fabio De Luigi, scrittore, anzi "autore", come continua a precisare nel film, in cerca di ispirazione e di amore (ma ha nel cast gli attori cult di Salvatores, ovvero Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio, oltre a una nevroticamente irresistibile Margherita Buy), racconta proprio una Milano vista dal basso. Una Milano fatta di case e grattacieli e cantieri, una Milano che il protagonista scopre andando in giro in bici (e guardandola, quindi, dal basso verso l'alto, come nei quadri architettonici di Petrus), una Milano inaspettatamente romantica, dove ci si può persino innamorare.
E Trieste? Trieste è appunto nel cuore. Perché nell'unica scena di sesso del film (un sesso molto romantico, e non preoccupatevi, non vi sveliamo niente della trama), lui e lei si baciano e si scoprono proprio sotto... un quadro di Petrus che raffigura Trieste. Un quadro di Marco Petrus che i triestini conoscono bene, quelli almeno che sono andati a vedere la sua mostra "Trieste al centro", nell'ex-Pescheria (inaugurata a fine ottobre dell'anno scorso, e prorogata, visto il successo, all'8 dicembre). In mostra c'era proprio la grande tela, 80x100, dell'Ospedale di Cattinara (e nel film riconoscerete anche un altro quadro, la Casa del Vento, ovvero un edificio di via Hermet di cui Petrus si è innamorato, e che per lui è l'essenza stessa di Trieste).
Ma che cosa racconta il film? Racconta di una "happy family", come dice il titolo: una di quelle famiglie allargate e patchwork che sono l'Italia di oggi. Racconta di un uomo: Fabio De Luigi, il protagonista, che qualcuno già definisce l'Hugh Grant italiano (ci vogliamo credere?), che ha paura, paura di amare, di reinnamorarsi, di mettersi in gioco, di costruirsi una famiglia sua. Forse ha paura di essere felice... Ma poi, proprio in questa Milano inaspettata, succederà. Ma il film racconta anche di sei personaggi in cerca di autore: Ezio/Fabio De Luigi si arrabbia e discute, davanti al suo laptop, con tutti i protagonisti della storia che sta man mano inventando, litiga con loro, non trova un finale, non trova l'ispirazione, si perde nella trama...
Un po' Woody Allen e un po' Pirandello, anche noi, in platea, guardiamo stupiti i protagonisti che litigano con l'autore, che si rubano le battute, che vogliono sapere che cosa succederà: ed è così surreale e divertente che ci crediamo. Del resto, «Preferisco leggere o vedere un film che vivere... Nella vita non c'è una trama!», è una delle migliori battute del film. Eppure la trama c'è, la happy family si dissolve e si ricompone, l'amore si trova e l'ispirazione pure. Funziona? Salvatores ci crede. Del resto, lui una sua happy family l'ha creata anni fa, e ancora dura: quella con i suoi attori-cult appunto, Abatantuono e Bentivoglio insieme in "Marrakech Express" (il primo successo, nell'89), poi di nuovo Abatantuono in "Mediterraneo" (Oscar nel '91) e così avanti...
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