Parinoush Saniee: «Il mio bestseller censurato in Iran»

ROMA Si inizia a leggere un romanzo che riguarda un Paese lontano, nella geografia e nella cultura, e si finisce per comprendere che si tratta di una storia che ci riguarda molto da vicino. "Quello che mi spetta" (Garzanti, pagg. 427, euro 19,60)della scrittrice iraniana Parinoush Sanieeracconta la vita appassionata e sofferta di Masumeh tra gli anni Quaranta e quelli successivi alla rivoluzione islamica del 1979. Un periodo particolarmente significativo per comprendere anche la situazione politica attuale. Garzanti è il primo editore occidentale che traduce un best seller che ha passato i suoi guai con la censura.
Nata a Teheran nel 1949 in una famiglia di intellettuali benestanti Parinoush Saniee si è laureata in Psicologia, si è sposata ed è madre di due figli, entrambi residenti all'estero. Prima della rivoluzione era ai più alti gradi come dirigente nelle agenzie governative dove si occupava di formazione e ricerca e infine nell'Ente di Programmazione e Budget, che però è stato chiuso recentemente da Ahmadinejad.
Come è nato questo libro?
«Avevo già pubblicato molti libri ma si trattava di saggi e rapporti sulle ricerche del mio dipartimento. "Quello che mi spetta" è il risultato delle mie ricerche sulla condizione della donna in Iran. Ma non volevo esprimerlo con dati, numeri e statistiche. Ho pensato che la forma del romanzo potesse rendere meglio le sfumature».
Emerge un quadro molto ricco e intenso.
«Essendo psicologa di formazione ho usato anche molti simboli e poi avevo molte informazioni reali. Per ogni personaggio ho usato storie vere e rappresentative. C'è la madre della protagonista che è fanatica e pensa: "Ho dovuto subire io, dovrà subire anche mia figlia". Masumeh è la tipica donna che arriva da un villaggio e si forma nella capitale. È molto intelligente, ha grinta e studia. La sua migliore amica invece è nata e cresciuta a Teheran in una famiglia benestante di intellettuali e dunque vive come qualsiasi ragazza di una grande città occidentale. Parvin rappresenta quelle donne sfortunate con un matrimonio sbagliato che crollano e infine Shahrzad è colei che ha un forte ideale politico e sacrifica se stessa per la rivoluzione».
Il suo libro ha una storia editoriale a dir poco travagliata.
«In Iran se si vuole pubblicare un libro bisogna presentare due copie: una va alla Biblioteca Nazionale e una va al ministero della Cultura e Guida Islamica per ricevere il nulla osta. Era il 2003. Aspettai otto mesi ma il libro venne rifiutato. Erano gli anni della presidenza di Khatami e si pensava di eliminare la censura. Una prima apertura fu quella di concedere a ciascun editore la possibilità di pubblicare un libro all'anno senza dover ricevere l'autorizzazione. Il mio editore approfittò di quello spiraglio e pubblicò il mio libro con una distribuzione intelligente che non desse troppo nell'occhio. Fu un successo. In due mesi ci furono due ristampe. Allora il Ministero mi chiamò per interrogarmi e affidò la lettura a "una persona più colta" che alla fine diede il permesso. Arrivammo alla tredicesima edizione ma il nuovo clima politico portò al ritiro del libro. Solo grazie all'impegno del Premio Nobel Shirin Ebadi siamo riusciti a sbloccare la situazione e ora il libro è alla diciannovesima edizione».
Come nel libro anche lei ha due figli che vivono all'estero
«Questo è esattamente il tema del mio quarto libro che purtroppo da un anno e mezzo giace al ministero in attesa di nulla osta. "Quelli che sono andati e quelli che sono rimasti". È vero, è doloroso, ci allontaniamo uno dall'altro. Anche nel libro ci sono esempi di questo. C'è una madre che ha sei figli, tre vivono all'estero e tre sono rimasti in Iran. Dopo trent'anni la famiglia si riunisce e i nodi vengono al pettine. Durante i primi due giorni c'è grande felicità e tante cose da raccontare, ma ben presto emergono le differenze. Ci sono tante situazioni che possono offendere uno o l'altro. Trascorrono insieme dieci giorni ma quando cominciano a parlare di politica iniziano a litigare. Sono tenuti insieme solo da un elemento comune: la loro madre. Ed è lei che sa trovare la soluzione: propone che ognuno provi a raccontarsi per farsi conoscere dai fratelli e cercare la comprensione».
Elena Dragan