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di PIER PAOLO GAROFALO


TRIESTEUna coppia di volontari che lavorano a un progetto agricolo dell'Associazione di cooperazione cristiana internazionale di Trieste (Accri) sono stati tra i primi soccorritori in assoluto a portare aiuto dopo il terribile terremoto che la notte del 27 febbraio ha devastato intere regioni del Cile causato centinaia di vittime. L'epicentro è stato a soli 100 chilometri dalla loro residenza, a Curicò. Per oltre una giornata dopo il sisma a Trieste non si era saputo nulla neppure di Marco Fintina e Simona Ceccon, i volontari veneti; tutti i collegamenti erano saltati. Dopo qualche giorno l'e-mail rassicurante, rivolta alla presidente del sodalizio cattolico, Nives Degrassi. «Carissima Nives - riportava il testo -, siamo appena tornati dal terreno dove abbiamo portato come primo soccorso richiesto della gente teli di plastica per coprire le loro cose. Sono quelli che sarebbero serviti per le future serre. La gente ci é grata perché siamo i primi a essere tornati a mantenere una promessa, per quanto piccola, di aiuto. Ogni giorno usciamo a terreno e torniamo alle 18 cilene circa. Adesso peró, dopo una giornata di lavoro sodo, siamo stanchi e se le scosse ce lo permettono andiamo a dormire, dopo aver mangiato! Speriamo di sentirci presto un abbraccio e grazie. S&M».
LA SCOSSA

La tragica notte del terremoto resterà a lungo nella memoria della coppia italiana. «Stavamo - raccontano - semplicemente dormendo nel nostro letto. D'improvviso alle 3.30 le scosse ci hanno svegliati di soprassalto. Abbiamo impiegato qualche secondo per capire di che si trattava, il letto si era trasformato in un tagadà. Pareva talmente esagerato il tutto che si stentava a credere che fosse vero. Appena realizzato che si trattava di un terremoto abbiamo cercato di uscire di casa ma tutto attorno a noi si muoveva, soprattutto il pavimento, tanto da faticare per raggiungere la porta di uscita». «Una volta nel cortile - continuano - abbiamo atteso abbracciati che il moto sussultorio della terra terminasse ma gli istanti sembravano eterni. Il portone di ferro continuava a spalancarsi e sbattere, niente restava al suo posto! Nel sottofondo il rumore delle stoviglie che cadevano. Al termine della grande scossa si sono spente tutte le luci e sono iniziate a suonare le sirene di pompieri e ambulanze». I due sono rimasti sotto le stelle su due poltrone portate fuori dall'appartamento ad aspettare il giorno. Ma le scosse di replica si sono ripetute - e forti - varie volte tutti i giorni da allora e si ripetono ancora oggi. «All'alzarsi del sole - spiegano - quando abbiamo fatto un giro per la città in cerca di un telefono per contattare gli amici sparpagliati per le zone colpite e i familiari, di sicuro preoccupati in Italia, abbiamo capito la portata del terremoto. Il centro di Curicò era caduto, vari edifici trasformati in macerie che hanno tagliato linee telefoniche ed elettriche. Un vero disastro, con una decina di morti».Tuttavia non immaginavano che a distanza di 100km da noi avveniva una tragedia assai più grande, il fenomeno dello tsunami sulle città della costa del Maule, con tutte le sue vittime.
LA REAZIONE

Marco e Simona non negano di avere avuto paura, e molta, ma fedeli allo spirito di servizio che anima missionari religiosi e laici, come anche tanti volontari civili, non appena possibile si sono dati da fare per aiutare la popolazione locale, scoprendo e potendo apprezzare vincoli e sentimenti umani difficili da trasmettere compiutamente sulla carta. E i fenomeni di sciacallaggio e di saccheggi non hanno modificato questo giudizio. «Personalmente - spiegano - abbiamo assaporato l'abbraccio solidale dei nostri vicini di casa cileni. Anche se finora i nostri rapporti erano limitati ai saluti e al "como està?", adesso ci si avvicinava per aiutarsi, per darsi una mano. E così si scoprono i nomi di ognuno e le notizie che, in mancanza di giornali, corrono di bocca in bocca». Fintina e Ceccon testimoniano come la macchina dei soccorsi anche non governativi sia scattata quasi subito: «Varie organizzazioni si sono date da fare; in breve si sono raccolti indumenti, acqua, e cibo da inviare nelle zone colpite dal terremoto ma soprattutto dallo tsnami».
GLI AIUTI

«Noi abbiamo potuto assistere le persone maggiormente colpite - sottolineano - con la distribuzione di teli di plastica per coprire immediatamente o le abitazioni o gli oggetti sgombrati dalle case e rimasti all'aperto e qualche carriola per togliere le macerie. Tutto materiale che era destinato ad altro, conformemente alla missione agricola del nostro progetto, ma vista la necessità gli è stata cambiata destinazione. Ci rendiamo conto che ciò che abbiamo fatto finora non è stato molto. Ma la gente ha apprezzato molto il fatto che non li abbiamo scordati, che siamo passati a vedere come stavano, ci siamo fermati ad ascoltare le loro storie di spavento e distruzione, i loro pianti spesso troppo solitari in remote zone del Secano». I due, come Accri (per donazioni Accri Ong-Onlus, via Cavana 16/a - 34124 Trieste - Tel. 040-307899; www.accri.it) sono impegnati in Cile con la locale Fondazione Crate, il Centro regional de asistencia tecnica y empresarial della Diocesi di Talca. Entrambi i sodalizi stanno ora collaborando alla raccolta d'informazioni sulle condizioni delle famiglie nella zona d'intervento. Le informazioni serviranno alla Chiesa cattolica cilena e ai Comuni per potere canalizzare nel migliore modo possibile gli aiuti. Consisteranno a breve termine in distribuzione di alimenti e tende provvisorie, a lungo in costruzione di semplici abitazioni prefabbricate in legno.
LA GENTE

«Le comunità con cui lavoriamo - notano gli italiani - non hanno ricevuto molto appoggio, si trovano in zone fuori mano e spesso chi non vive lungo la strada principale viene dimenticato. Poi spesso gli aiuti vengono portati immediatamente alle zone più colpite, come quelle della costa in cui lo tsunami ha spazzato via tutto. I politici hanno fatto qualche giro di ricognizione ma a volte si sono fermati solo nelle case dei sostenitori».
Tuttavia in Cile Marco e Simona non perdono la fiducia. «La gente del campo - raccontano - non si demoralizza facilmente, alcuni hanno già giorni fa ricominciato a costruire, con i propri mezzi, abitazioni più stabili e migliori che una tenda: si recuperano le travi e le tegole per il tetto della prossima casa. Insomma tutto il possibile verrà riutilizzato. Ci ha stupito che durante il giro dei primi giorni molte delle eprsone coinvolte nel nostro progetto agricolo ci abbiano chiesto se si sarebbero svolte lo stesso le formazioni sulla trasformazione degli alimenti programmate per i prossimi giorni. Sono state tutte tranquillizzate: prima passiamo l'emergenza e poi pensiamo a riprendere il discorso sospeso dai sussulti della terra».
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