Uno studio rivela che le forme sintetiche di comunicazione non sono da considerare un male

di MICHELE A. CORTELAZZO

L'approssimarsi di San Valentino ci ha regalato i dati di un'indagine sul modo con cui si scambiano gli auguri gli innamorati che per qualche motivo sono lontani dal partner. Le donne dichiarano di prediligere Skype o altre applicazioni simili per fare una videochiamata, gli uomini invece preferiscono ricorrere a un social network come Twitter. Viene allora in mente un'altra ricerca, resa nota giusto un mese fa dal "Sunday Times", che ha creato un forte allarme: secondo un linguista inglese, Tony McEmery dell'Università di Lancaster, i giovani, a forza di usare sms e twitter, starebbero peggiorando abissalmente la capacità di dominare e usare la propria lingua. I giovani si sarebbero talmente impoveriti linguisticamente da produrre ben un terzo dei propri discorsi usando solo venti parole, che si ripetono, sempre le stesse, in tutte le produzioni verbali, scritte, orali e a metà strada tra scritte e orali quali sono sms, chat e blog. Stiamo crescendo una generazione di figli che potremmo definire, come in effetti è stato fatto, "la generazione venti parole"?
Pur non avendo potuto recuperare il testo originale della ricerca inglese, non stento a credere ai dati riportati. Ma attenzione: mi risuona l'avvertimento lanciato, da ultimo, dal premio Campiello Salvatore Niffoi in un incontro sulla lingua italiana tenutosi all'Università di Tolosa: «la lingua è dinamite», uno strumento potente, ma anche pericoloso se maneggiato da mani inesperte; pericoloso è anche discutere di lingua se non si ha un'idea ben precisa di come è fatta e come funziona la lingua.
Voi vi sentireste di definire Dante "il poeta 20 parole"? Eppure, così stanno le cose: un terzo dell'intera "Divina Commedia" è costituita dal ripetersi di meno di 30 forme (pari, più o meno, alle 20 parole dei giovani odierni). Ma certamente nessuno di noi giudica linguisticamente povero Dante Alighieri, né è disposto a togliergli lo scettro di padre della nostra lingua. Il fatto è che dati e informazioni che a un inesperto appaiono allarmanti e catastrofici, in realtà appartengono alla piena normalità. Ma è comprensibile: non è così intuitivo il fatto che quasi tutti i discorsi che produciamo, anche i più alti, sono costituiti per circa un terzo della loro estensione da un manipolo ridotto di parole (in genere parole dal valore puramente grammaticale: articoli, congiunzioni come «che», preposizioni come «in», avverbi come «non», pronomi come «io» o «mi»); e bisogna spesso andar oltre le prime venti parole più frequenti per trovare qualche sostantivo (magari genericissimo, come «cosa»).
Allora, allarme rientrato: se gli adolescenti usano poche parole per scrivere una gran parte dei loro testi scritti, fanno semplicemente quello che facciamo tutti, giovani, adulti, scrittori della domenica, grandi artisti.
Ricollocati all'interno dell'uso fisiologico della lingua i dati che sembravano così preoccupanti, restano in piedi alcuni quesiti di fondo, che vengono spesso posti all'attenzione del linguista: quali caratteristiche, magari nefande, ha la scrittura degli sms? E i giovani scrivono in maniera sempre più criptica e sgangherata i loro sms, mentre gli adulti resistono a presidiare l'italiano anche nei messaggini? Possiamo sintetizzare il pensiero comune con le osservazioni di Alessio Balbi in un articolo apparso su «Repubblica» del 12 gennaio scorso: applicando gli stessi criteri della ricerca inglese «alle comunicazioni elettroniche tra ragazzi italiani emergerebbero verosimilmente gli ormai proverbiali «xke» al posto di «perché», «tvb» per «ti voglio bene» o «cmq» invece di «comunque». Ma anche nuove forme di saluto, come «bella», rivisitazione del vecchio «ciao». O slittamenti del significato, come nel caso di «pisciare», ormai usato come sinonimo di «lasciare», «abbandonare». Oppure «accollarsi», sostituto di «mettersi in mezzo», «dare fastidio». Termini che spesso nascono per esigenze di spazio, per rispettare gli angusti limiti degli sms o dei cinguettii su Twitter».
Incominciamo a sfatare qualche luogo comune. Si ha spesso la convinzione che, quando, giovani o adulti, scriviamo sms, siamo sintetici, tagliamo le parole, usiamo abbreviazioni perché abbiamo poco spazio a disposizione. Nulla di più falso. È ormai noto da diverse ricerche che raramente quando digitiamo i nostri sms utilizziamo tutto lo spazio a nostra disposizione.
È quello che emerge anche da una prima valutazione di un corpus di sms raccolto dagli studenti del corso di laurea in Comunicazione dell'Università di Padova. Degli oltre 30.000 sms raccolti, ne ho esaminati circa 7.000, un terzo scritto da ragazzi tra i 14 e i 19 anni, un terzo scritto da giovani tra i 20 e i 25; un terzo scritto da adulti di 30 anni o più. Ebbene: la lunghezza media degli sms è di 12 parole per sms, pari a non più di 60-70 caratteri. Ma per un sms ne abbiamo a disposizione 160! Allora l'sms non è ultrabreve perché lo impone il mezzo; è ultrabreve perché è una forma di scrittura rapida, sintetica, senza fronzoli. E Dio sa se gli italiani non avevano bisogno di un luogo dove esercitarsi alla brevità, alla sintesi, un luogo dove sbrodolare poco in ampollose espansioni di pochi concetti! È vero, i ragazzi scrivono sms più brevi di giovani e adulti (bamboccioni lavativi o persone che usano l'sms per quello che sono, e cioè trasmettitori di rapide, e talvolta sapide, battute di dialogo?); ma i più prolissi, si fa per dire, non sono gli adulti, ma i giovani ventenni, che con quasi 13 parole per messaggio scrivono gli sms più lunghi.
Non è neppure del tutto vero che gli adolescenti abbondino di «xke» al posto di «perché», «tvb» per «ti voglio bene» o «cmq» invece di «comunque»: «cmq» è certamente usato con particolare predilezione dai giovanissimi, ma non «tvb» che sembra non essere più di moda; ad usarlo più frequentemente sono gli adulti, evidentemente attardati su una forma che gli adolescenti, e anche i giovani, stanno espellendo dal proprio uso. Non abbondano neppure parole strane, quelle tipiche del giovanilese, che dopo il boom degli anni Novanta sembra si stia proprio appannando. Semmai gode di un buon successo, per dirla con Cesare Segre, il nome del «fallo maschile, naturalmente nel registro più basso, che inizia con la c»: tra le parole usate dai ragazzi sta più o meno al duecentesimo posto, tra gli adulti solo al cinquecentesimo.
E le parole-chiave del giorno di San Valentino? «Amore» resta patrimonio degli adolescenti, ma «bacio», complice anche il saluto ai figli, è un cavallo di battaglia degli adulti. Anche in questo, i ventenni si tengono sulla via di mezzo.
Cosa possiamo concludere? Che spesso noi crediamo di sapere tutto dell'uso linguistico dei giovani, o su quello legato alle nuove tecnologie: inorridiamo per il fatto che i ragazzi se ne stanno sempre lì con la nuova protesi, il cellulare, a digitare come condannati ai lavori forzati, usando un italiano povero e degradato. Ma poi, se andiamo a vedere davvero cosa succede, ci accorgiamo che l'idea di un italiano fatto di kappa, abbreviazioni, lessico abissalmente povero, messaggi brevi perché condizionati dal mezzo è un'idea che si fonda più su pregiudizi che su dati reali; che gli adulti non scrivono in maniera così radicalmente diversa rispetto agli adolescenti; che per certi aspetti (il «tvb», per esempio) gli adulti sono più bamboccioni degli adolescenti; e che sì, è vero, agli adolescenti bastano solo 20 parole per scrivere un terzo dei loro testi, ma questo lo facciamo tutti.
Insomma, non so dire se la lingua italiana si stia davvero impoverendo o degradando. So che, se questo succede, avviene solo in minima parte a causa e per mezzo degli sms; e avviene un po' per mano degli adolescenti, ma molto di più ad opera degli adulti, magari quelli che dicono «Se una persona opera bene al 100% e poi c'è l'1% discutibile, quell'1% deve essere messo da parte», senza accorgersi che così parlano del 101% o quelli che propongono di «redarre» un documento.
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