di TOMMASO DEBENEDETTI «Ho sempre sentito vicinissima la tragedia delle foibe. Non la ho approfondita a livello storico, ma ho percepito intensamente il dramma di una minoranza che diviene oggetto di violenza, sopraffazione, morte per il solo e semplice fatto di essere minoranza. Posso dire di aver vissuto tutto questo sulla mia pelle».
Herta Müller, Premio Nobel per la letteratura nel 2009, autrice di romanzi quali "In viaggio su una gamba sola" e "Il paese delle prugne verdi", non nasconde la propria profonda emozione nell'evocare, proprio mentre l'Italia celebra il Giorno del Ricordo, le foibe.
Nata in Romania, ma appartenente alla minoranza di lingua tedesca del Paese, la Müller ha imparato qa capire fin dall'infanzia che cosa significa abitare in un luogo dove la propria lingua, la propria cultura, la propria stessa identità sono considerate, per decisione dell'autorità, straniere e clandestine. Tale esperienza è stata resa ancora più dolorosa dall'oppressione sistematica attuata dal regime romeno di Ceausescu che reprimeva con la violenza ogni segnale di libertà o, peggio ancora, di autonomia.
Per questo, a trent'anni, Herta Müller è stata costretta, mentre le sue prime opere venivano messe al bando e il rischio di essere arrestata e torturata si faceva sempre più forte, a emigrare in Germania.
Le abbiamo rivolto alcune domande, anche per capire come sia stato percepito il dramma dell'esodo dall'Istria e delle foibe al di là dei confini italiani.
Che odea si è fatta, signora Müller, della vicenda delle foibe?
«Vorrei studiarla, approfondirla con precisione. Ma quello che so mi basta per poter affermare che si tratta di una delle più grandi atrocità del Novecento. Un'aberrazione pari a quelle compiute dal regime nazista e a quelle compiute in Russia da Stalin e dai suoi uomini. Quegli eccidi mi fanno raggelare il sangue, perché so da quale feroce mentalità vengono, so cos'è la vita di una minoranza sotto una dittatura, quale annullamento sistematico dell'identità venga compiuto, anche dietro l'apparenza di un rispetto formale o di minime garanzie di facciata. Le foibe, a quanto posso capire e sentire, non sono solo e soltanto uno degli ultimi, devastanti effetti della guerra mondiale, ma sono il frutto, la conseguenza tremenda e inevitabile del massacro della cultura, della storia, dell'essenza di un gruppo di individui perpetrato da chi, per un arbitrio, per una pretesa assurda, si sente più forte».
Chi furono, secondo lei, i responsabili delle foibe?
«Ripeto: non ho studiato abbastanza questa tragedia per poterlo dire, ma esprimo la mia percezione profonda. I responsabili, anzitutto, non furono le popolazioni locali, non furono i croati dell'Istria o delle regioni vicine, perché quanto accadde fu - e conoscendo cosa sia un regime comunista lo posso dire con certezza - pilotato e voluto dall'alto, dunque senza dubbio da Tito e dai suoi più stretti collaboratori. Gli altri, gli esecutori materiali di quegli eccidi, agirono senza capire, guidati da quella forza oscura, da quella spietata e maledetta capacità di persuadere e ricattare che hanno tutte le dittature.
I dittatori, e Tito fra loro, sono capaci di svegliare rancori secolari, di giocare su piccole rivalità, su rabbie mai sopite, e di trasformare normali individui in criminali, uomini di tutti i giorni, non cattivi e non necessariamente violenti, in assassini. Le foibe nacquero da quella distorsione delirante della verità che accomuna tutti i regimi repressivi, o comunque coloro che si preparano a crearli e instaurarli, in nome della quale ogni assurdità diviene logica e lecita, e la paura e lo sterminio diventano sistemi di acquisizione e mantenimento del potere.
Fu così anche nel territorio dei Sudeti, dove sono nata, quando la follia divenuta regime del comunismo di Ceausescu prese il controllo del governo. Noi di minoranza tedesca, per il semplice fatto di essere stranieri, eravamo automaticamente, senza colpa alcuna, sospettati e visti come pericolosi. Poi arrivò la persecuzione vera e propria, senza per fortuna, almeno in quel momento, gli esiti tragici delle foibe, ma dove coloro che ci abitavano accanto, ci trattavano come nemici e diventavano, per decisione dell'autorità, nostri persecutori e potenziali carnefici. Ma, a dire la verità, sento che su tutto questo rimanga ancora molto, troppo di non detto».
Cioè?
«Mi pare che le vicende connesse ai crimini contro le minoranze in Europa, ancora oggi vengano lasciate in secondo piano, sia da parte dei governi, che ben di più dovrebbero fare per tenere viva la memoria di quegli eccidi, sia da parte delle scuole, della storiografia, dei mezzi di informazione. Il fatto che in Italia esista un Giorno del Ricordo è, nel nostro continente, una bellissima, felice eccezione. Per il resto, è come se si avesse ancora paura di urtare qualcuno, di dire verità scomode, di esporsi a chissà quali critiche. E invece, lo dico come persona che ha subito la ferocia di una dittatura e le umiliazioni e le persecuzioni riservate alle minoranze, ricordare con forza eventi come le foibe fa solo bene: fa bene alle democrazie occidentali e fa bene, soprattutto, alle democrazie più recenti dei Paesi dell'Europa orientale, che hanno tutto da guadagnare dall'associarsi alla condanna di quell'infamia che fu dannosa anche, e prima di tutto, ai loro popoli.
Penso a Stati come la Croazia, la Slovenia, i cui governi hanno, a quanto so, fatto cose davvero meravigliose, e molte ne stanno facendo per far capire alle nuove generazioni cosa è stata la ferocia della dittatura comunista, cosa è stata l'oppressione, cosa è stata l'aberrazione delle varie ‘pulizie etniche' dell'ultimo secolo. Splendidi esempi, che dovrebbero essere seguiti da tutti. Anche perché quel dramma non è finito, in tante parti del mondo: ovunque ci sia un regime totalitario, eventi simili alle Foibe non sono certo fatti del passato, ma purtroppo - e Paesi come la Cina e la Corea del Nord ne sono la straziante conferma - avvengono anche adesso, sotto i nostri occhi. E ricordare vuol dire anche imparare a denunciare, a non tacere".
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